Klee Violence
Paul Klee – Violence

[Interni] Accantonata la sedicente maestra, noi bambini usavamo radunarci proprio sotto l’immenso tavolo del salone principale. Ci scambiavamo doni ignoti, avvolti nella carta costosa rumorosa.

Il tavolo era il nostro tetto e il nostro grande, principale amico.

Disegnavamo figure strambe, strabiche, sotto di esso, personaggi irriconoscibili, generalmente sferici, fino a pasticciare intere cerimonie nuziali, simili a scene di caccia rupestri con feriti. Per progettare le figure più ingombranti, dai contorni di solito abbastanza marcati, era però necessario aprire completamente il tavolo.

Le bambine erano tante, e ululavano selvagge. Avevano il naso perlopiù schiacciato e i capelli a caschetto spesso spettinati in maniera quasi incomprensibile, comunque unti di saliva abbacinante. Una volta aperta la porta, riversavano senza indugio la loro pazzia nell’abitazione. Le unghie lunghe e forti perforavano la pelle quando ci accapigliavamo. Imperscrutabile la corazza, verde e duratura. Non ero ancora in grado di distinguere tra le mie sorelline e le altre ragazzine, quelle ospiti, forse leggermente più irrequiete e distruttive.

Spesso dormivamo tutti insieme, in modo a dir poco promiscuo, sopra e sotto il tavolo, indifferentemente. Urlando, di fatto, mangiavamo. Impiastricciavamo le mattonelle con peti canori. Ricordo i volti stupefatti dei visitatori quando, ribaltando il tavolo, venivano a conoscenza del nostro segreto. Le mattonelle strumento di dolore. Tirate giù alla svelta, gli venivano scagliate in faccia.

Dormivamo di giorno, esultavamo di notte, e il tavolo ci educava, ci accudiva. Ci esaudiva, inesauribile. Raccontava le fiabe estinte di una volta, quelle nelle quali i carabinieri non erano certo limitati a un ruolo di secondo piano, ma grazie ai superpoteri avevano accesso a una realtà ben più ampia e imprevedibile della nostra.

E poi i balzi vertiginosi sfiorando il lampadario, scardinando il soffitto per svelare a tutti un nuovo cielo consigliato.