Ogni tanto devo fare, per contratto, un post sullo sport, visto che tra quello maldestramente praticato da me in persona personalmente e l’altro è forse la mia principale ossessione. Dato che il campionato uzbeko è fermo potrei parlare di pallamano, ma siccome chissà come mai sospetto che di queste cose non ve ne fotta alcunché  viriamo sugli allenatori italiani. La corrente di pensiero dominante tra i barsportisti di tutt’Italia mi pare quella per la quale Allegri avrebbe superato Conte (che se non è stato appena esonerato ci manca poco) in mazinghitudine e starebbe saldamente davanti a Sarri. Questa visione è a mio avviso influenzata da un bug esistente nel cervello umano per il quale, per farla breve, se vinci cinque volte avendo a disposizione il Brasile del ’70 sei immensamente più bravo e carismatico di uno che ha vinto solo quattro volte grazie a gente raccattata a caso in mezzo alla strada. Inoltre, similmente a quanto accade per la politica, i difetti umani portano più o meno inconsciamente a sminuire in maniera decisiva e totale i meriti ottenuti sul campo: Sarri è un piangina (è vero, lo è, si lamenta di tutto, è un incrocio tra il Mazzarri più piovano e uno di quei tifosi che frignano per ogni aspetto del calcio moderno, che però è guarda caso ciò che contribuisce notevolmente a gonfiargli lo stipendio) QUINDI non è poi tutto ‘sto grande allenatore. Non importa che sia in testa alla classifica a questo punto, piuttosto inoltrato, della stagione, davanti (per ora, la Juve ha incassato qualcosa come UN gol nelle ultime quindici partite, mi sa di finale già visto) a un’indiscussa superpotenza calcistica. E certo non lo è per caso, come chiunque veda ogni tanto anche distrattamente qualche partita capisce: lo è per il gioco (leggo pure paragoni con Zeman che non hanno senso di esistere, in quanto quello di Sarri non è un bel gioco fine a se stesso, ma qualcosa che per esempio gli ha consentito di nascondere la palla alla Roma per buona parte del tempo nello scontro diretto di qualche mese fa, gestendo sapientemente il vantaggio trovato nella prima fase della gara). “Ma Sarri è stato eliminato dalla Champions, è un incapace!1”. Certo, perché invece gli altri, che magari dispongono di squadroni megagalattici, fanno il triplete tutti gli anni. Il Napoli non molto tempo fa calcava i teatri polverosi della C e sarebbe forse complessivamente dietro ad altre quattro realtà italiane in un’ipotetica media di parametri quali monte ingaggi (meno della metà di quello della Juve, quinta posizione), fatturato (quinto anche qui), budget, stadio, sponsorizzazioni, diritti TV, palmarès, numero di tifosi. Senza considerare che il centro sportivo di Castel Volturno è una vera merda. Quello che è stato fatto in questi anni dalla società è un’opera d’arte (anche qui, DeLa è un personaggio sgradevole QUINDI). “Ma come, Maksimovic, ci rendiamo conto, venticinque miglioni!1!!”. Eh, invece le altre gli acquisti non li sbagliano mai, come no. Il calciomercato è un po’ come la vita, non sbagliare mai è impossibile. Fa più strada chi sbaglia di meno. Si potrebbe dire che non esistono solo i risultati sportivi, ottimi in relazione a quanto detto, e che la colpa della dirigenza è quella di non aver portato il Napoli a fare grandi progressi in diversi di quei cruciali campi, cosa che ne pregiudicherà lo sviluppo futuro. Vero anche questo, però, per esempio, pure avessero cercato con molta più determinazione di fare lo stadio (indispensabile nel calcio moderno, col FFP e tutto, per aumentare il fatturato e poter crescere) non è che sarebbe stato semplice. Non siamo a Londra, dove gli stadi spuntano come funghi, ma in Italia, stiamo indietro, gli stadi di proprietà sono pochissimi e le difficoltà bibliche di carattere politico, burocratico, ecc. che sta incontrando la Roma (“Toh, guarda, c’è una colonia pucciosissima di scarabei stercorari che vive qui dai tempi di Giulio Cesare… Vincolo nao!”) sono evidenti. Dicevamo. Sarri è colui che permesso al Napoli di fare il salto di qualità semidefinitivo. Il valore attuale della rosa è anche per non trascurabile parte merito suo: Ghoulam e Koulibaly sono stati presi a due spicci, e oggi.

Per quanto riguarda il gettonato confronto con Allegri, che lo vede direi quasi unanimemente soccombente, dico, citando per brevità l’esempio più clamoroso, che per me tra l’allenatore che continua un percorso vincente col centravanti pagato novantacinque milioni e quello che lotta per vincere, dopo decenni di nulla, col centravanti che prima era una riserva di talento (e lo inserisce in un meccanismo che gli permette di fare gli stessi gol di quello da quasi cento cucuzze) impressiona e appare più fondamentale per le sorti della sua squadra il secondo. Poi, certo, il palmarès è un’altra faccenda. Come argomentazione principale a favore di Allegri viene portata quella per la quale in Europa se l’è giocata spesso in questi anni con club dotati di budget più elevato, quindi non si può criticarlo. Io però sono convinto che il budget della Juve sia sì più basso delle concorrenti europee, ma che sia anche ormai (con gli introiti stabili di Champions, stadio, diritti TV, ecc.) sufficientemente alto perché la squadra possa essere competitiva con esse, considerando che il mercato bianconero è fatto con molta più intelligenza e cura delle concorrenti europee, badando più al sodo che agli effetti speciali. Sì, Higuain strapagato, ma è l’unico caso, e indebolire una delle principali rivali interne aveva un senso (poi come detto Sarri si è inventato Mertens centravanti da trenta gol, ma non era preventivabile). Sì, qualche sola continua a prenderla anche Marotta, ma è assolutamente fisiologico, con le rose ampie del calcio moderno è impensabile integrare tutti tutti. Il Barcellona strapaga a livelli indicibili i Dembélé e i Coutinho (per citare solo i casi più clamorosi). Il PSG concentra la spesa su pochi fuoriclasse, poi Neymar si scassa prima della gara decisiva col Real e ci si accorge che forse sarebbe stato meglio diversificare gli investimenti per non ritrovarsi con Motta titolare. Il Real avrà anche una panchina lunghissima, ma alla fine a pallone si gioca in undici (più tre che possono entrare), la rosa lunga serve per far rifiatare i migliori in campionato o in partite di routine o di minor rilievo, ma se Zidane può permettersi il lusso di mandare in tribuna gente che sul mercato vale venti Sturaro (che contro il Real non gioca) la cosa incide molto limitatamente. Del mercato delle squadre inglesi inutile anche solo parlarne.

Veniamo ora a Conte. Allegri è un bel gestore di campioni, senza alcun dubbio (ma gioca spesso merdosamente). Conte ha dimostrato in posti e contesti molto diversi di poter cavare il sangue dalle rape (scudetti assurdi con gente tipo Vučinić, Matri e Quagliarella dopo i settimi posti, mentre Allegri riusciva a non vincerne uno con il miglior Ibra; scudetto pazzesco col Chelsea che prima arrivava a metà classifica; figurone all’Europeo con una Nazionale ormai allo sbando, per giunta con gli unici due centrocampisti di livello internazionale contemporaneamente out, Nazionale che in mano ad altri passa dall’essere spernacchiata dalle Nuova Zelanda e Costa Rica di turno al subire addirittura l’esclusione dai Mondiali). E tra i due profili (gestore e cavasangue) io piglio sempre il secondo. Riguardo alle coppe europee, il tallone di Achille del frignante ‘Ndonio – anche qui il lato umano incide non poco nella valutazione… – vorrei vedere dove arriverebbe Conte con la Juve di adesso, con a disposizione due squadroni sostanzialmente equivalenti e i centravanti da millemila milioni. Tra l’altro la semifinale di Europa League nell’anno del record fu un risultato meno disprezzabile di quanto si dice (gli juventini se la sono legata al dito, probabilmente il fatto che la finale fosse a Torino ha aumentato esponenzialmente il rammarico, nonostante la tifoseria di estrazione in larga parte terrona), visto quello che combinano di solito le italiane in quella competizione; e per il semplice fatto che vincere nel calcio è DIFFICILE, più di quanto si creda nei bar, e soprattutto vincere uno scudetto e una coppa europea insieme è un fatto molto raro. Basta prendere un albo d’oro e vedere quante volte siamo andati in fondo in quella competizione negli ultimi venti e passa anni. Molto raramente si è arrivati in semifinale, mai in finale. Non vedo quindi un fallimento particolare di Conte nel non esserci arrivato proprio in una stagione nella quale doveva fronteggiare una Roma con una difesa fortissima in grado di mettere insieme una serie da dieci e una da nove vittorie consecutive nello stesso campionato (arrivando soltanto seconda nonostante tali strisce, fatto rarissimo). Si dice spesso che il record non era necessario e che il distacco finale fu ampio, ma intanto i record restano, e hanno una loro importanza, e poi la realtà è che la concorrenza della Roma quell’anno impose al campionato un ritmo pazzesco, che quindi la Juve fu tenuta a sostenere, per poterlo vincere senza rischiare, e che il divario si ampliò soprattutto nelle ultimissime giornate, con i giallorossi che mollarono.

Juventus (3-5-2): Buffon 6; Cáceres 5,5, Bonucci 5, Chiellini 6; Lichtsteiner 6, Pogba 6,5, Pirlo 6, Marchisio 5,5, Asamoah 6; Tévez 7 (38′ st Osvaldo sv), Vučinić 5,5 (20′ st Giovinco 6). A disp.: Storari, Barzagli, Ogbonna, Padoin, Llorente, Osvaldo.

Juventus (3-5-2): Buffon 6; Cáceres 5,5, Bonucci 6 (28′ st Giovinco 5,5), Chiellini 6,5; Lichtsteiner 5,5, Vidal 6,5 (34′ st Marchisio sv), Pirlo 6, Pogba 6,5, Asamoah 6; Tévez 5,5, Llorente 5 (33’ st Osvaldo sv). A disp.: Storari, Barzagli, Padoin, Vučinić.

Come si vede le formazioni schierate da Conte in quelle semifinali erano più che dignitose. In Portogallo, sui campi del Porto e del Benfica, è capitato di perdere anche a squadre più attrezzate di quella Juve. Che al ritorno dominò ed ebbe grandi occasioni, mancò solo il gol. Insomma, se la Juve avesse dovuto giocare trentotto volte coi lusitani, e non fosse riuscito ad avere la meglio, ok, Conte sarebbe stato da dare alle capre. Le regole prevedevano però che la situazione andasse risolta in soltanto due incontri. E in soli centottanta minuti imporre la propria superiorità non è sempre così scontato (il Barcellona invincibile che esce col modesto Chelsea catenacciaro targato Di Matteo, ecc.). Insomma, è il pallone.

Il 19 aprile del 2014, con cinque partite ancora da giocare, tra le quali lo scontro diretto a Roma, la Juve aveva otto punti di vantaggio sui giallorossi, che davano l’idea di poter vincere tutti i rimanenti match. Contro il Bologna Conte fece riposare Tévez e Vidal e forse qualcuno in difesa (giocò Ogbonna, era titolare in quel periodo? non ricordo). Un turn over forse insufficiente ma insomma. Va tenuto presente che nel calcio conta sì far riposare i giocatori (ma, come detto altre volte, non è il rugby o la NFL, non è che un calciatore muoia se gli fai fare due partite a distanza di soli cinque giorni, come in questo caso, col Benfica si giocò il 24, anziché di sette, eh; ovviamente il turn over serve perché riduce il rischio infortuni, tiene “caldi” e pronti alla causa i non titolari, e altre simpatiche cose). Però è molto importante anche l’aspetto psicologico, e quindi per esempio vincere le partite. Se col Bologna Conte avesse messo terze scelte, corpi estranei e magazzinieri vari, cosa che a sentire parecchi avrebbe dovuto assolutamente fare, magari avrebbe perso (e la Roma, vincente a Firenze, sarebbe andata a -5, ma, soprattutto, nello sport vittoria chiama vittoria, vincere tante partite di seguito fa sentire invincibili e dà fiducia all’ambiente). Per chi pensa che il vantaggio sulla seconda fosse più che sufficiente e andasse gestito con maggior disinvoltura: a giochi fatti è facile parlare. È la realtà, non è Football Manager nel quale puoi mettere anche Padoin, tanto sticazzi. E in quella situazione, quando stai rischiando il tuo culo, quello vero, reale, punti ovviamente a blindare il campionato senza correre il minimo rischio.

A me insomma pare che un allenatore giovane come Conte sia stato provato troppe poche volte nelle coppe con una squadra attrezzata per il doppio impegno perché si possa pensare di considerarlo addirittura definitivamente inadeguato sotto questo punto di vista. L’ex CT azzurro resta criticabile per certi limiti anche caratteriali (è una bomba a orologeria, a un certo punto, di solito piuttosto presto, sbarella perché non gli prendono questo o quell’altro elemento col quale è andato in fissa, o perché non gli fanno fare gli stage, o perché s’impunta e trova qualcosa che proprio non gli va bene). Alla fine è, sostanzialmente, una questione di “firma”: entrambi i tecnici hanno compiuto brillanti imprese in carriera, ma quelle di Conte sembrano più “griffate”, la sapiente e decisiva mano dell’allenatore risulta molto evidente e indissolubilmente legata a quei successi. Mentre nelle finali Champions e negli scudetti di Allegri il ruolo del coach appare più anonimo e di secondo piano, si ha quasi l’impressione che avrebbe potuto farcela anche – chessò, tenetevi forte – Mazzarri (non è un insulto poi così pesante, lo stimo abbastanza) se il caso e la pioggia incessante glielo avessero concesso.