A sinistra: le sostituzioni scellerate nei finali di partita, la sensazione di terrore puro trasmessa ai giocatori con i continui, casuali, schizofrenici cambi di modulo, le linee difensive a centrocampo che manco il Sacchi più esaltato e sotto l’effetto di anabolizzanti misto allo Zeman più sciagurato e nichilista, le colpe ignominiosamente e schettinianamente scaricate tutte sui suoi sottoposti, i pareggi stentati all’Olimpico con i chievi, Pastore (l’uomo ormai costretto a segnare solo di tacco) centravanti. A destra: la diligenza del buon padre di famiglia, la serietà, l’onestà, la professionalità, il rigore, il carisma, la competenza, il sangue freddo del navigato professionista, doti riconosciute da tutti ed evidenziate dall’espressione profonda e umana nonché dalla sensazione di vellutata calma trasmessa dallo sguardo a dir poco magnetico di un condottiero esperto che sa come trasformare in indomiti guerrieri un manipolo informe di fighette tatuate dedite a Fortnite, e condurle al successo. Ordunque, quale tra i due è più meritevole di sedere sulla panchina della Roma, oggi?


Beh, mi pare giusto andare in conferenza stampa e non rispondere alle domande dei giornalisti (del resto, chi ha stima di costoro, al giorno d’oggi?). Sarebbe in effetti più appropriato che a porgli i quesiti fossero i suoi colleghi allenatori, possibilmente in attività ad alto livello, sennò non possono capire e sapere esattamente cosa si provi. Vedrei bene a questo proposito Klopp, che mi pare uno preparato e anche alla mano, poi si è creato pure un bel rapporto umano dopo la semifinale dell’anno scorso. Potrebbero allestirgli in panchina uno schermo speciale per seguire la partita di Champions della Roma, mentre il Liverpool gioca la sua, e poi a fine gara collegamento diretto con il Difra per chiedergli del dato ancora una volta insoddisfacente degli expected goal(s), di Pastore che arranca e delle turbe psichiche di Schick. Sono sicuro che funzionerebbe.

Tra poche ore l’incontro casalingo decisivo con il Genoa, con i tifosi che si sono schierati grillinamente (mancanza di senso della realtà, Nirvana fallacy: come ho forse scritto in precedenza, la Roma in questi anni ha regolarmente fatto molto meglio di Inter e Milan, piazze sulla carta con potenzialità superiori) contro Pallotta. L’impresa col Barcellona della scorsa stagione ha mascherato difetti già esistenti ed evidenti, difetti a mio avviso strettamente e indissolubilmente legati alla personalità stessa dell’attuale tecnico. Di Francesco è un allenatore da coppe europee, nelle quali le partite vengono generalmente giocate a viso aperto e l’enfasi è sulla creazione di gioco e sul fare goal più che sul non subirne, senza i tatticismi e i Maran a fare i catenaccioni. C’è da dire che con l’organico attuale, che pure sulla carta pareva più completo rispetto a quello dell’anno scorso, la Roma non può essere una squadra continua, quindi vagamente competitiva per il vertice in campionato. Quell’impresa di Champions fu possibile grazie a circostanze particolari e non riproducibili per dozzine di partite di fila, cioè De Rossi – non a caso citato in una recente conferenza stampa e descritto come elemento portante imprescindibile – che fa il fenomeno (è stravecchio, lo sforzo estremo può farlo in un singolo match rilevantissimo, non contro tutte le varie SPAL di routine); Schick che addirittura insegue gli avversari e non ci fa stare in dieci, cosa che invece quest’anno sta avvenendo praticamente sempre, e sarà stato necessario un lavorone su quella capoccia vuota, vedi quella famosa, incredibile intervista piena di spacconate allucinanti, tra le quali quella di sentirsi quasi pronto per giocare nel Real nemmeno spiccava; la squadra che pressa compatta per tutta la gara senza fare troppe cazzate dietro (e per non farle devi teneri fuori i corpi estranei, all’epoca i Gonalons, quindi puoi contare solo su tredici, quattordici giocatori), ecc. Mettiamoci anche un girone sì di ferro, ma con avversari chirurgicamente pescati nel loro peggior momento stagionale (il Chelsea in quel periodo andava sotto con le piccole in casa in Premier, l’Atletico è uscito perché è riuscito a pareggiare due volte due col Qarabağ). Poi l’avversario abbordabile agli Ottavi (e, nonostante questo, senza il piedone di Bruno Peres all’andata…) e la big un po’ bolsa ai Quarti.

Nella conferenza stampa successiva a quel memorabile match Di Francesco disse di essersi studiato una partita nella quale il Barcellona era andato in grande difficoltà col modulo che poi ha deciso di utilizzare. Quindi, per una volta, gli riuscì anche di essere duttile intelligentemente, che, diciamocelo, non è proprio il suo piatto forte… ma secondo me la sua rigidità di fondo va al di là del modulo di volta in volta utilizzato, è più un incaponirsi in modo meccanico su un certo tipo di visione e di calcio, a prescindere dal contesto. Un non capire che è uno sport fatto anche e soprattutto di piccole furbizie e astuzie, che poi alla fine possono fare la differenza, di segnali e di momenti (la lettura terrificante del finale di Cagliari è molto eloquente, a questo proposito). Uno sport nel quale sapere bene quando occorre, a seconda delle esigenze, ricercare la verticalità e quando invece è preferibile uno sviluppo più orizzontale (ma Di Francesco è quello che «due passaggi orizzontali sono già troppi»). Saper addormentare la partita è un’arte. Riguardo ai moduli, il passaggio al 4-2-3-1 per un momento sembrava essere riuscito a mascherare bene la fragilità difensiva, le incertezze del nuovo centrocampo e la stagione comica di Fazio, ma è durato poco. Dicevamo. Le coppe sono una roba speciale, non paragonabile alla routine del campionato. Nelle coppe vita o morte dipendono da una partita, o anche solo da una piccola fetta di essa. Per battere il Barcellona 3-0 devi fare il match della vita e per farlo devi entrare nella capoccia di ogni singolo giocatore e convincerlo a fare esattamente quello che hai in mente, quasi teleguidandolo. Lo sport di squadra è affascinante perché un team funziona se si muove come se fosse un singolo organismo, ma ovviamente ciò è incredibilmente difficile perché in realtà hai a che fare con tante individualità e personalità diversissime, mosse da impulsi, esigenze e visioni spesso completamente differenti. Raggiungere questi livelli di dettaglio nella preparazione e nella motivazione contro tutte le piccole del campionato ogni settimana è impensabile, specie per una realtà limitata quale è la Roma attuale.


Cammino del Chievo fuori casa prima di imbattersi in Babbo Natale Eusebio. Curiosamente, gli unici due verdi corrispondono al derby con una squadra fresca di promozione dalla D (era tecnicamente una trasferta? boh) e alla partita col Bologna, che era già in sostanza salvo mentre ai pandorini molto carini servivano obbligatoriamente i tre punti, fine campionato, milanreggiana, Crotone che si trasforma in un razzo missile, wink-wink.

Come detto “i tifosi” hanno individuato nel presidente il loro nemico (anche se sul web non sono mancate le critiche pesanti anche a Di Francesco, e vorrei vedere, visti i risultati scandalosi con le squadrette largamente alla portata, e soprattutto il modo con il quale questi sono spesso maturati, vedi soprattutto l’allucinante finale di Cagliari, la gestione scriteriata con due gol e due uomini di vantaggio). La considerazione per la quale la dirigenza abbia colpevolmente smontato, ancora una volta, la squadra (e in particolare l’asse centrale della stessa) dopo un’annata positiva è largamente condivisa.

In questa situazione, tutti hanno delle responsabilità, è evidente. Cerchiamo però di esaminare la situazione in modo un po’ razionale. Partiamo dalle basi: la visione “da marionerz” per la quale Pallotta & C. starebbero (attualmente) facendo un sacco di soldi vendendo Strootman, ecc. è, ovviamente, oggettivamente, dati alla mano, una fregnaccia. Chiaramente gli americani non sono l’opera pia, ma è un progetto a lungo termine, i soldi vogliono farceli sul medio periodo (che diventa lungo o lunghissimo visti i tempi biblici di realizzazione dello stadio… poi bisogna vedere se il modello Premier League sia esportabile altrove: io penso di sì, o comunque si tratta di un rischio accettabile; dopotutto il calcio è tipo la terza o quarta industria del Paese, una delle poche cose che tutto sommato, nel desolante panorama generale, funzionino, e la Serie A è comunque ancora piuttosto popolare nel mondo; sarà dura, sarà un percorso lungo, ma se non crediamo manco nelle potenzialità di un prodotto del genere, buonanotte).

In quest’ottica l’arrivo di Monchi doveva corrispondere a una sorta di ritorno alle origini, quelle del “proggetto” di Luis Enrique: si torna a puntare in maniera molto più decisa sui g-g-g-ggiovani, con l’effetto di abbassare il monte ingaggi e poter contare su future e ricche plusvalenze con le quali autofinanziarsi, senza avere sempre il FPF puntato alla gola (cosa che poi ti porta a fare operazioni spiacevoli e demenziali, tipo essere costretti a svendere Salah all’unico acquirente serio che ti si presenta proprio in quel delicato momento). Ora, in tutto ciò alcune mosse sembrano essere state azzeccate (entrate: Zaniolo pare un affarone incredibile, Ünder lo considero una mezza pippa che fa sempre le stesse cose, con grossi limiti in entrambe le fasi, ma è una mezza pippa che vede parecchio bene la porta, aspetto che nel calcio significa quasi tutto, Luca Pellegrini pare avere grandi potenzialità, Kluivert, problemi disciplinari a parte, si farà; uscite: riguardo ad Alisson ho già commentato, su Nainggolan e Strootman paiono averci, in parte, pigliato, non sono più i ghepardi di una volta e quindi erano ampiamente sovradimensionati quanto a ingaggio; l’olandese non sta facendo la differenza nemmeno con le squadre cipriote in casa, il belga in campo era ancora commovente, benché in netto declino rispetto alla gestione Spalletti, ma rappresentava una mina vagante per quello che faceva fuori; c’è ovviamente la questione del carisma, del farsi sentire nel vivo della partita, dell’essere leader, qualità delle quali i due erano comunque provvisti, al di là del rendimento effettivo, e che sembrano a tratti drammaticamente mancare ai sostituiti; altro aspetto: è recentemente venuto fuori che la cessione fuori tempo massimo dell’idolo delle folle Strootman è stata dovuta al fatto che non avesse più la fiducia del tecnico). Altre mosse, invece, sono state spettacolosamente cannate. In sostanza, Nzonzi, Pastore e Schick sono follemente strapagati (per quelle che sono le attuali dimensioni della Roma): questi tre errori da soli, visto quanto incidono sul bilancio, per ora ci affossano brutalmente.

Col senno di poi sarebbe convenuto evitare di accontentare la piazza con queste operazioni (Nzonzi sembra un po’ una reazione di pancia al mancato arrivo di Malcolm, pare un «prendiamo il primo prendibile, non importa nemmeno dove giochi, basta che abbia un bollino sopra», quello di campione del mondo, in questo caso; Pastore era un “nome” ma si sapeva che sarebbe stato complicatissimo farlo funzionare con il Difra; Schick è un po’ un Iturbe 2, nel senso di «giovane che si è messo in luce nella stagione precedente, ma che rappresenta ancora un’incognita, e che viene ultrapagato, un po’ alla cieca, per sottrarlo alla concorrenza»). Dando per assodato che comunque nel breve periodo si continuerà a non vincere una mazza (per farla breve, lotti con la Juve che può permettersi Ronaldo che costa la metà della tua rosa) sarebbe convenuto puntare in maniera ancora più radicale sui giovani – quelli ancora non abbastanza sotto i riflettori, quindi niente costosi profili alla Schick o Iturbe – sfidando l’impopolarità ma gettando meglio le basi per il futuro.

Pastore in particolare è una scelta quasi inspiegabile, viste le difficoltà e gli imbarazzi (in particolare quando gioca tra le linee funziona poco) a livello di collocazione in campo sfoggiati in questo inizio stagione, nel quale, a dar retta a qualche statistica, si sta mostrando comunque più incisivo rispetto alla scorsa, aberrante al PSG. La relativa imprecisione nei passaggi completati con successo è dovuta ai maggiori rischi che si prende, rispetto a pari ruolo con percentuali migliori, e questo è ok. Un altro, ovvio, limite che si sta palesando è quello della scarsa efficacia, a essere buoni, del suo pressing. Va detto che sia la prima sia la seconda linea di pressing della Roma in questo momento vengono aggirate con irrisoria facilità, quindi è più un problema organizzativo generale, di poca coordinazione (ma a me pare che anche la mancanza di tigna e convinzione dei singoli incida).

Tornando a Di Francesco, quello che non amo di lui è questa propensione al rischio secondo me eccessiva che difficilmente potrà portare a buone cose nel medio-lungo, ma anche breve, termine. Certo, nel lanciare Zaniolo a Madrid (rischio) magari ci ha visto bene, anche se il fanciullo non fece propriamente questa partita così indimenticabile e sbagliò parecchio, pur osando qualcosa. Probabile che un giovane con le sue solide basi si sarebbe affermato anche senza quel lancio così stupefacente. La mia idea è che andiamo tanto male (più di quanto dovremmo con questa rosa e questo mercato, tutt’altro che perfetti) fondamentalmente perché Di Francesco non è un allenatore sufficientemente umile e intelligente. Lui in sostanza ha questa cosa che vuole fare il fenomeno (difesa altissima, impostazione estremamente aggressiva, qualche giocatore magari al quale chiede di fare cose che non sa fare bene, ecc.). Ma se vuoi fare il fenomeno nel calcio rischi di andare facilmente incontro a figure barbine (tragedia del primo tempo dell’andata col Liverpool), specie se non te lo puoi permettere.

E a inzio stagione – momento decisivo nel quale abbiamo perso quella carrettata di punti che ci ha portato subito a distanza siderale dalla Juve, scavando un discreto baratro anche tra noi e le prime due inseguitrici, aspetto che ha creato profondo scoramento e portato a ulteriori ricadute e prestazioni disastrose – noi, decisamente, non ce lo potevamo permettere. Questo vuoi per la condizione atletica precaria (normale che fosse così, a stagione avviata Chievo-Juve sarebbe finita forse in goleada con tripletta in rovesciata di Ronaldo, mentre messa alla prima di campionato si è rivelata un parto plurigemellare), vuoi per il momento da fallout nucleare successivo al solito blocco di plusvalenze importanti in partenza. Eravamo in fase di profonda riorganizzazione e ricostruzione, bisognava ancora capire cosa avrebbe potuto funzionare e cosa no, su chi si sarebbe potuto davvero contare e fino a che punto, e ovviamente queste cose non si potevano afferrare nell’amichevole col Latina vinta 9-0, servivano test seri.

Però intanto c’erano già in palio punti pesantissimi. Quindi sarebbe stato saggio per Di Francesco forse snaturarsi e approcciare quelle prime, delicatissime gare in modo diverso, un po’ più realistico, prudente e circospetto, probabilmente. Ricordo a questo proposito il match interno con le riserve dell’Atalanta che filavano in porta a piacimento, o un Chievo con un andamento esterno totalmente inconsistente da mesi e mesi che, guarda un po’, è riuscito a fare risultato proprio da noi, con la solita nostra tenuta difensiva di caratura parrocchiale (uno o due giocatori loro che fanno quello che vogliono in mezzo a cinque o sei nostri, ‘na roba così). Un po’ mi dispiace che sia stata persa in maniera meno rovinosa di come sarebbe potuto essere la partita col Viktoria Plzeň: con una sconfitta più severa oggi il Difra non avrebbe forse avuto la prova d’appello, che probabilmente supererà, visto il momento dell’attuale avversario, ora peraltro allenato da Prandelli che non ne azzecca una da un quinquennio, e il probabile accantonamento della palla al piede umana Schick. E l’arrivo di Conte, a mio modo di vedere fortissimo, uno dei pochi in grado di fare la differenza con scarsi mezzi, magari sarebbe vicino. (Sì, pare impossibile, ma in fondo si diceva lo stesso di Ancelotti al Napoli: io punto su Pallotta che contestato esplode con un pirotecnico «Mi avete cacato il cazzo, mo’ piglio a questo e vediamo. Se fallisce pure lui, affanculo voi, lo stadio e la Raggi»). (Poi vabbè, certo, siamo a stagione avviata, e con l’approccio al mercato di Monchi & C. durerebbe quanto un gatto sulla Laurentina, ma lasciatemi sognare, tanto poi lo so che nel caso arriverà un Montella o un Sousa qualunque che farà anche peggio, o il più bigio dei traghettatori).

Aggiornamento dopo l’1-0 del Genoa con papera del povero Olsen goecoecizzato. Quello che m’impressiona è che ci ha messo una vita a girarsi e a rendersi conto che quel coso lì che rotolava leggiadro verso la porta, sì, stranamente era proprio lui, il pallone in persona.