«Maradona avrebbe potuto fare, vincere e dimostrare molto di più ma la droga e lo stile di vita sregolato l’hanno rovinato». Sta venendo dato troppo rilievo invece a questa considerazione (basata anche peraltro su quella sua famosa intervista). Avrebbe potuto indubbiamente fare di più, regalare ulteriori, galattiche prodezze, vincere svariate altre coppe e coppette, ma ciò non avrebbe spostato di tantissimo la sostanza. Ha comunque fatto abbastanza per dimostrare la sua dimensione. Non è, in altre parole, un incompiuto alla Gascoigne o Le Tissier, cioè gente con potenzialità immense che se avesse magnato e bevuto di meno avrebbe potuto collocarsi quantomeno parecchi gradini sopra. Messa diversamente, un Maradona in forma Messico ’86 di gol in cui scartava l’intera squadra avversaria ne poteva fare quanti ne voleva a ogni partita. Se non ci provava sistematicamente è solo perché – il calcio funziona così – l’avrebbero tirato subito giù, magari pure con metodi goikoetxeani, sfruttando i bug del regolamento (quello, esistente all’epoca, che incentivava i randellatori, e quello non scovato ancora adesso, e parecchio sfruttato da squadre tipo l’Atalanta, sul fallo tattico, punito alle brutte solo con l’ammonizione)(no, tranquilli, non sto proponendo in questi casi il rosso diretto, che peraltro se dato al 93′ sarebbe un risarcimento comunque inutile… Sui ritocchi che andrebbero apportati a questo sport mi ci vorrebbe un post, quindi lascio aperto il cliffhanger). Difatti lui stesso da Biscardi, a carriera conclusa da tempo, “ringraziò” gli inglesi per il fair play, asserendo che contro un Uruguay a caso, data la differente cultura calcistica, sarebbe stato impossibile fare quel gol (ma direi pure in Serie A). Insomma, i capolavori che Maradona non ha realizzato materialmente sul campo ma che avrebbe potuto fare possiamo facilmente intuirli, e va bene così, dopotutto.

«Maradona a ben guardare ha vinto poco, il confronto con Furino è impietoso. Perché dunque il mondo osanna Diego ma non si accorge della superiore grandezza del buon Beppe?». Ovviamente a pallone si gioca in tanti, il campo da coprire è grosso e un calciatore da solo può fare poco per i destini delle sue squadre (in realtà ci sarebbe molto da aggiungere sul tema, il mio pensiero a tal proposito andrebbe precisato meglio, ma anche qui mi servirebbe un post intero). Batistuta e Franco Baresi sono retrocessi (a momenti pure Roberto Baggio): erano dunque delle pippe? Pertanto giudicare un giocatore dalle sue vittorie è una solenne minchiata, tipica di chi di calcio non ne capisce. Ovviamente bisognerebbe considerare le immense differenze tra periodi e contesti. Solite robe. Prima i fuoriclasse si potevano indisturbatamente menare, ora Gentile quella famosa partita non la finirebbe (chissà perché Diego ti insultava – cosa che non faceva, notoriamente, parte del suo stile – e non ha voluto scambiare la maglia, lasciandoti amareggiato a vita, stranissimo proprio). Maradona non poteva vincere il Ballon d’Or, Messi e i vari ronaldi(nhi) sì. Maradona doveva giocare perlopiù in compagnia di onesti mestieranti, a parte un fuoriclasse sottovalutato come Careca. Messi e CR7 giocano in club che – grazie agli sconvolgimenti portati dal cosiddetto calcio moderno, dalla sentenza Bosman, ecc. – spediscono allegramente in tribuna gente che vale quaranta milioni. Maradona giocava in un calcio in cui anche lo Spartak Mosca era un avversario tosto e le trasferte nell’Est Europa erano, di regola, durissime (dare una sbirciata ai risultati di certe edizioni delle coppe per credere: per dire, la Dinamo Tbilisi, squadra che oggi arrancherebbe nella nostra B, nell’edizione ’79-’80 della Coppa dei Campioni infliggeva da detentrice del titolo dell’URSS un 4-2 complessivo al grande Liverpool). Oggi quelle trasferte sono una gita di piacere e il divario tra top club e il resto si è ampliato a dismisura, dato che i primi tendono a requisire tutti gli elementi migliori. Maradona l’opportunità di vincere la Coppa dei Campioni ce l’ha avuta due volte in tutta la carriera, Messi quella di arrivare in fondo alla Champions League ce l’ha tutti gli anni, date anche le regole mutate. Quindi si ricorderanno perlopiù i trionfi e non tutti i flop e le assurde rimonte subite con Roma, Liverpool, ecc.)(pure PSG se non ci avesse pensato l’arbitro). Se ho scordato qualcosa poi torno ad aggiungere.

Sul moralismo d’accatto. Mi rendo conto che Caravaggio sia ormai orrendamente abusato, ma… Caravaggio. C’è chi ha messo in mezzo i jazzisti (Miles Davis è noto fosse una persona a dir poco orribile, ma ai fan rompono molto meno le scatole, per motivi intuibili. Einstein trattava male le donne, non so, buttiamo nel cesso la relatività? E Charlie Chaplin… beh, lo sapete, ma è meglio fare finta di nulla, almeno per ora). Un capolavoro, un grande gesto sportivo o un qualsiasi prodotto notevole frutto delle capacità umane in qualsiasi campo restano oggettivamente tali indipendentemente dal resto. Quindi fanno cacare sia le prese di posizione da boomer di destra (stanno celebrando un drogato, ma ci rendiamo conto? dove andremo a finire, signora mia?) sia quelle woke, per i quali la droga è ok, magari pure spacciarla, però il suo ricordo va cancellato dalla faccia della Terra per come si rapportava al sesso femminile, e al fisco. Peraltro, su Twitter in poche ore hanno ovviamente e amabilmente fatto primo grado, appello, cassazione e marcotravaglio, condannandolo per violenza sessuale, nientemeno, in base credo alla prova schiacciante di quel video (sì, l’ho visto ai tempi e, no, non mi sembra affatto così schiacciante, anzi; poi ci sarebbe anche qualche altra storiella, ma, pure qui, poca ciccia). Con questa concezione dello Stato di diritto e della convivenza civile che sbandierate orgogliosi di continuo come si fa a non amarvi? A sinistra a dire la verità ci si divide, ed è gustoso leggere le piroette dei vari The Vision per spiegarci che, in questo caso, è giusto dividere l’uomo dal campione, ecc. È giusto farlo perché ovviamente Diego è un compagno (che qualche volta magari ha sbagliato), mentre coi “nemici” era tutto un eh, non si può contestualizzare, chi lo fa è complice, ma che, scherziamo, Cristoforocolombo era uno stronzo indifendibile già se valutato coi parametri del 1492, butta giù, e stupidaggini ben acchittate varie. A parte tutto questo, è vero che l’essere umano è materiale psichicamente complesso e mettere sempre e chirurgicamente da una parte i buoni e dall’altra i cattivi ci farà anche stare meglio, ma resta una semplificazione grossolana che non ci aiuta a crescere e a capire, cogliendo le tante sfumature dell’esistente. Per non fare sempre i soliti esempi, Aurelio Mistruzzi fu uno scultore e medaglista friulano apparentemente integrato nella dittatura fascista, nonché autore di busti di Mussolini e di altre opere molto discutibili, che però, insieme a sua moglie, diede anche ospitalità a Lea Polgar, una bambina ebrea, permettendole di salvarsi, mettendo in questo modo a rischio la sua stessa vita. La stessa Polgar da grande spenderà fiumi di parole per descrivere l’umanità della coppietta di benefattori, ecc. Quindi la sentenza delle folle qual è? Mostro o brava persona? Insomma, non è così semplice.

«Shilton e gli inglesi ancora rosicano, ah, ah, ah, poveracci. Erano imperialisti e thatcheriani, gli sta bene, e poi il gol villano di mano è stato compensato dall’altro, anzi, no, in realtà ci stanno bene tutti e due, era un disegno divino in risposta alle Falkland e [inserire altri deliri alla Adani, vi risparmio il link al video con la barba incolta ormai giunta a dimensioni allarmanti]». Nella vita bisogna anche cercare di essere obiettivi qualche volta. Noi ancora stiamo piangendo (a parte Moreno che, vabbè, alla Spagna andò molto peggio di noi in quel Mondiale) perché nel ’90 con l’Argentina l’arbitro li lasciò menare come fabbri. Che può essere vero, ma ci dimentichiamo particolari come l’assurdo e fantascientifico recupero concesso dopo il primo tempo supplementare, ‘na roba mai vista in una qualsiasi partita, che insomma, credo fosse più a vantaggio nostro che loro, visto che a voler e a dover vincere sul campo eravamo noi. E, soprattutto, il gol di Schillaci messo in chiaro fuorigioco. Mi sembra anche legittimo che Shilton (o chi per lui) sia ancora incazzato, dopotutto era molto vicino a un evento quale la semifinale di un Mondiale che può non capitare tante volte nella vita. E, no, il Barrilete cosmico vale per un gol solo, ho controllato le regole e su questo all’epoca non erano tanto diverse da adesso.

Poi ci sarebbe da ridire su tutta la retorica associata al personaggio. A parte l’appoggio ai vari dittatori (eh, ma sono di sinistra, quindi in fondo buoni, compagni che magari un po’ sbaglicchiano, ma neanche troppo a ben vedere, o “ci si passa sopra”, che volete che sia). Come “maître à penser” Maradona era decisamente debole, a ben guardare, anche perché a buttare lì un poco circostanziato e pure in quel momento “pro domo sua” «Blatter ruba» – ma dai? non avevo mai pensato a una simile eventualità –, o USA e Chiesa pupù, senza un’analisi, una visione elaborata, son capaci tutti. Anche il cinquantenne di Facebook qualunque, o Peppe Krillo. Non è peraltro roba che richieda chissà quale coraggio o impegno. Poi vabbè, chiaramente era un calciatore, con ciò che ne consegue, il succo è che il militante di sinistra (quella vera, dura e pura) praticamente è come Maradona, piedi e QI calcistico a parte, quindi fatica a cogliere la risibilità di Diego come modello extracalcistico. (Ovviamente mi riferisco all’aspetto “politico”, se quasi tutti dipingono Maradona come una grande persona, nel privato, uno che non se la tirava, ecc. un motivo ci sarà). Certo, ci sono personaggi dello stesso ambiente alla Cantona che riescono a spararsi pose notevoli, ma, dietro la patina più sofisticata, come livello stiamo poco sopra.

In altre parole, suonerà anche bene e porterà pure un sacco di click lo storytelling del Maradona occasione di riscatto per gli ultimi (che diventano i primi), Maradona dalla parte dei deboli e menate così. Ma insomma, è fuffa. Eh, ma Maradona ha portato tanta gioia alla gente di Napoli. Questo sì, indubbiamente, e se hai avuto quand’era al top il miglior giocatore (o giù di lì) dello sport più popolare al mondo è chiaro che per te questa cosa sarà importante e ti avrà segnato. Pertanto non vedo cosa ci sia da stupirsi o da dare addosso a quelli che da giorni vanno ripetendo che era dio, che piangono come se gli fosse morto il gatto e che bannano chi gli trolla il funerale. Lo sport è coinvolgimento, emozione, campanilismo, tifo, difficile e forse inappropriato seguirlo con algido distacco. L’illuminismo è stato un momento fondamentale nella nostra cultura e nell’evoluzione di noi uomini occidentali, ma non possiamo pretendere di rinnegare e di spegnere completamente la nostra parte irrazionale e animale, che normalmente dovrebbe essere di gran lunga preponderante. Quello che possiamo fare è gestirla, tenerla sotto controllo, quando occorre. Quindi, se vi bullate di essere creature razionali, dovete anche comprendere che possano e debbano esistere nella nostra vita e nella nostra società spazi circoscritti, anche collettivi, di irrazionalità ed emotività, con rituali annessi. Se non fosse il calcio sarebbe altro, eh. (Ovviamente parlo in generale, a livello teorico, chiaro che le sciagurate ammucchiate in piazza in tempo di Covid sono del tutto inaccettabili). Detto questo, chiaramente Napoli avrebbe avuto bisogno del famoso “ben altro” per riscattarsi: migliori amministrazioni, uno Stato in grado di far sentire più la sua presenza, ecc. Di campioni dello sport nati poveri peraltro se ne trovano a bizzeffe, Diego non ha una storia particolarmente originale. Lo stesso Pelé giocava a piedi nudi e con un mango o una palla di stracci. Perché allora Maradona viene percepito come icona pop, e come paladino dei diseredati, e lui un po’ meno? C’entra naturalmente un maggior imborghesimento del brasiliano, figura nel complesso più “normale”. Avere una vita più tormentata, più all’insegna di vizi e trasgressioni, più da film, chiaramente sposta parecchio. Eh, ma il ragazzino puoveroh e tarchiatello di Napoli cresciuto col sogno di diventare come Maradona… Come detto, non è una cosa così originale. Ci sarà stato, sospetto, pure il ragazzino delle favela cresciuto avendo come modello quel borghesotto di Pelé (solo che la maggiore distanza che ci separa da O Rei nello spazio e nel tempo ci rende più complicato venire centrati in pieno volto dalla cosa, come con Diego). E lo stesso accadrà o sarà accaduto per Ronaldo il Fenomeno e un sacco d’altri, appunto. Si dice che una fetta del potenziale ruolo da icona sportiva che travalica gli steccati alla Muhammad Ali Pelé se la sia giocata per il fatto che non sia mai andato contro la dittatura del suo Paese mentre questa era in piedi, trovando scuse varie. Ma a guardar bene neppure Diego lo fece, anche ammettendolo candidamente a posteriori (personalmente trovo giustificabili entrambi, è facile fare gli eroi e pontificare dietro la tastiera di un computer, ma se avessero “parlato” semplicemente li avrebbero fatti sparire, anche se Fillol e Kempes qualcosina osarono).

Capiamoci, non intendo con questo sminuire il legame di Maradona con Napoli. È una storia romantica, che oggi, nell’era del calcio moderno, coi soldi e gli interessi che fa girare, non potrebbe mai verificarsi. Il campione nettamente più grande del momento non andrebbe mai a cacciarsi in una piazza che non ha ancora vinto nulla di importante e calcisticamente di secondo piano, per quanto accogliente e calorosa. Non accetterebbe di stare così a lungo in un club con minori possibilità economiche della concorrenza. Non è che il sublime (pallonisticamente) Diego producesse il suo incredibile calcio rinchiuso in una teca di vetro o con gli stadi deserti “stile Covid”, necessari ma orribili. Lo faceva in un determinato contesto, esaltato dal suo pubblico, dalla sua gente. Lo faceva con loro, per loro. In una cornice esaltante e pittoresca. Francamente una chiusura di carriera “cabrinesca” alla Juve o al Real con qualche scudetto di routine in più (la Coppa dei Campioni all’epoca era comunque un traguardo molto, molto, molto complicato e “casuale”, aleatorio, anche se stavi in un top club) avrebbe cambiato poco o nulla del suo spettacolare, irripetibile romanzo. Anzi, lo avrebbe forse addirittura sfigurato.