Uno dei tormentoni più prevedibili quando ci sono questi grandi eventi sportivi è gentilmente offerto da quelli che se ne lamentano senza sosta, non se ne dovrebbe parlare, è un argomento troppo triviale, come osate disturbarci con tutta questa bassa nazionalpopolarità mentre sui social, gesticolando al cellulare, nei bar, all’interno dei tram siamo intenti a discettare di fisica delle particelle analizzando nel contempo la Critica della ragion pura e il senso delle ultime dichiarazioni di D’Alema, ecchecaz. E poi basta con questo calcio, non se ne può più, ci sono altri sport molto superiori quali, ehm, boh… ah, sì, la pallavolo, una volta ci ho giocato da piccolo (ovviamente ne sai il decuplo di loro pure su questo, come cazzo fa a non interessare lo sport, non avete idea, l’attesa dell’evento, la tensione, l’ansia di non farcela, la gioia quando invece ce la si fa, la bellezza – quando tutto funziona – di una squadra che si muove all’unisono come se si trattasse di un unico organismo, il sudore anche solo percepito, i grandi gesti atletici dei campioni, l’epica, l’analisi tattica, il risultato sempre in bilico, io boh). Il rischio che si corre in questi casi è di toccare vette di moralismo e di populismo goffo e particolamente risibile ben esemplificate dal tweet di Zucconi (ovviamente poi pare abbia precisato che è stato frainteso… certo, certo).

Tra gli sbroc di sinistra sinistra ora va di moda lamentarsi del nazionalismo equino che gli Europei si portano appresso, addirittura si prendono gli inni e li si vivisezionano, come si fa signoramia a pronunciare quelle parole così guerrafondaie e piene di retorica senza sentirsi dei babbei. Vi svelo un segreto, chi canta l’inno di un qualche Paese non è necessariamente un povero deficiente (qualche volta, ok, lo è), ma è perfettamente in grado di contestualizzare – operazione evidentemente preclusa a menti costrette a ripetere a pappagallo il verbo dell’ideologo di riferimento, o non in grado di andare oltre il ritornello qualunquista del momento – e di capire che si tratta di robe di moltissimi anni fa, che non vanno esattamente prese alla lettera. Si cantano dei fonemi, che stanno più o meno bene insieme, al ritmo glorioso di una musica trascinante. Di fondo c’è sempre il solito voler elevarsi e distinguersi, senza troppi sforzi, dalla rozza plebaglia, che fa cose stupide e volgaVi; ma nell’analisi sfuggono un po’ di robe (tipo che botte di adrenalina date dall’esultare per un inatteso goal all’ottantottesimo insieme a milioni di altri bipedi circostanti forniscano sensazioni decisamente molto gradevoli). Poi, certo, anche lo sport, specie di questi tempi, in parte è veicolo di nazionalismi beceri e odiosi (“il tifo si migliora partecipando, sennò lo si lascia agli stronzi”), ma sopravvalutare di brutto questo aspetto e farne quello preponderante, beh… solita ottusa pesantezza cosmica di gente che non si farà una risata dal ’56.