Ma ora andiamo a vedere cosa fa Nasazzi. Nasazzi che nel 1929, mentre si procacciava da vivere vendendo pizzétte nudo ai guardoni e facendo le pompe ai cani alla stazione di Montevideo, di ritorno a casa trova sua mamma appartata con il compagno di nazionale Mascheroni e con il bisnonno di Costacurta – io c’ero, stavo nascosto sotto al letto –, ciononostante lo shock gli dà la forza per ripartire e per vincere l’anno dopo il Mondiale, pensate, il primo Mondiale della storia, non ce n’era stato un altro in precedenza, incredibile, no?, e prima di morire, viaggiando per l’Europa (quell’Europa ancora così profondamente turbata e offesa, segnata, lacerata dalle ferite lasciate dalla seconda guerra mondiale e divisa da un muro, un alto muro, un muro impervio, un muro gelido, un muro infame, un muro che se stai lì a fissarlo intensamente lui ti scava dentro, un muro che mio zio paterno, trovandosi lì per lavoro, scavalcherà agilmente con una scala in acciaio comprata al mercato nero all’inizio del Karl-Marx-Allee dal cugino del borgomastro in carica, Friedrich Ebert, che se ne doveva disfare, un muro dicevamo che mio zio scavalcherà camminando in equilibrio per cinquecento metri tra Potsdamer Platz e la zona vicina al checkpoint “Charlie”, mentre i poliziotti di frontiera dell’Ovest e le guardie dell’Est scommettevano tra di loro sull’esito)(la caduta rovinosa, anche per via delle avverse condizioni meteorologiche e del fitto strato di neve formatosi in quei giorni, era data mediamente a 1,05 dai bookmaker, tra i quali vi era il cugino del borgomastro stesso, quello che ricordiamo aveva venduto la scala perché era ingombrante e sua moglie era stufa e non voleva più vederla in giro per casa, e poi parliamoci chiaro, cosa dovevi, cosa potevi mai farci con una grossa scala d’acciaio nella Berlino Est dei tempi?)(ma, contro tutte le previsioni, mio zio quel muro della vergogna lo scavalca, rimanendo illeso e schivando i proiettili in bullet time, morirà sei giorni più tardi in un incidente domestico, mentre azionava un pelapatate), viaggiando Nasazzi scoprirà, con sua grande sorpresa, un bambino riccioluto e solitario intento a tirare punizioni, ma non delle comuni punizioni come ne vediamo tutti i giorni, quelle che anche noi possiamo calciare talvolta per noia a casa nostra con la palletta del cane mandando il mignolino del piede destro puntualmente a infrangersi sullo stipite e poi evocando arcane divinità maialiformi, no, delle punizioni fantastiche dalle traiettorie sublimi usando delle sagome immaginarie frutto interamente delle sue allucinazioni dovute ai morsi della fame, un bambino che palleggiava a piedi nudi sulla Senna con delle rane vive, rane che poi ingoia – una rana ogni quattromila tocchi, senza farla mai cadere a terra, questa è la regola che si è dato – per lenire quel languore di stomaco che lo tormenta e non gli dà tregua, e che lo porterà molti anni dopo da chiacchierato dirigente ad aprire una catena di negozi di cannoli siciliani insieme a Salvatore Aranzulla e a sfondare così abbondantemente la barriera psicologica del quintale e tre foulkogrammi (il foulkogrammo è un’unità di misura sperimentale che corrisponde approssimativamente a una fettina di culo tagliata sottile di William Foulke, il portiere più grasso della storia, dotato di una forza sovrumana e di un carattere scontroso, si narra che, quando voleva starsene un po’ da solo per qualche motivo durante una gara, fosse solito rimuovere dal campo avversari, arbitri e compagni di squadra sgraditi semplicemente prendendoli a panciate, proprio come il quinto boss segreto di Super Chubby Fighters, un oscuro beat’em up per Neo Geo rimasto allo stadio di prototipo, pensate cosa accadrebbe oggi col VAR, eheh), insomma, quel bambino diventato poi giocatore, tre volte pallone d’oro, tre volte presidente dell’organo di governo del calcio europeo, mangia, mangia, s’ingozza, si strafoga, senza freni, quasi come per rifarsi delle privazioni e degli stenti vissuti, per colmare l’immenso vuoto interiore che si porta appresso. Quel bambino riccioluto che nessuno vuole, lo avrete capito, si chiama Michel Platini.