La partita di ieri è stata per certi versi epica, soprattutto perché ha avuto il merito di contenere al suo interno la lotteria rigoristica più memorabile di sempre (se tifate Italia, perlomeno), prima sembravamo decisamente spacciati noi, poi semispacciati loro, tre volte, infine l’espressione dipinta sul volto di Darmian ci ha reso noto con un certo anticipo che saremmo morti. I tiri di rigore sono un gioco psicologico, si dice. Siam cresciuti con Grobbelaar che faceva le pagliacciate (e aveva ragione a farle), i portieri saltano come stambecchi in calore aggrappati alla traversa, i giocatori scavano buche profondissime, fanno i bulli di quartiere, con le loro creste dall’aerodinamica sempre più ardita, col loro fisico tormentato da nuovi e più tamarri tatuaggi, si fermano a sorseggiare un tè di quando in quando durante la rincorsa – forse il penalty del pareggio di Bonucci non è stato trasformato in maniera troppo regolamentare, ma Zenga e compari erano eccessivamente impegnati a strepitare per qualche decisivissima rimessa laterale assegnata in maniera errata ai tedeschi per farlo notare. Quindi, non dovremmo prendercela con Pellè, che ha mimato (male) il cucchiaio e ora si è scusato goffamente con la Patria intera, se non fosse che: 1) Neuer non lo impressioni o deconcentri manco se esci l’uccello mentre batti, si vede dalla faccia, non è umano, ci sono i circuiti dentro 2) Se fai la sceneggiata poi devi segnare, o almeno battere in modo presentabile, sennò anche lo sfottò che ne segue fa parte del gioco.

La verità è che dopo l’1-0 (ci siamo fidati troppo della narrazione di grande successo Gomez-Bidonez, nessuno dei nostri si aspettava una giocata del genere dall’ex Viola) i tedeschi se la giostravano e non avevamo ovviamente alcuna speranza di confezionare mezza palla goal coi nostri arnesi, poi all’improvviso Boateng si è ricordato di quella bolletta alla SNAI e ci ha richiamato in vita. Comunque Antonio Conte, fondamentalmente, è uno che ha capito alcune cose del calcio (a parte l’interventismo, che in manifestazioni del genere, con squadre composte da gente che non si vede mai, è decisamente preferibile all’aplomb e allo stile occhio spento baffo triste rassegnato all’ingiù dei del Bosque). Ha capito che in questo sport è fondamentale raddoppiare, ma anche triplicare, sull’avversario, specie se hai una squadra imbarazzante, a livello di nomi, dal centrocampo in su. Per prima cosa si evita in qualsiasi modo quel fastidioso evento chiamato “occasioni da goal” a favore degli altri, poi si vede. Magari un lancio al pixel di Bonucci (che dal quarantaseiesimo in avanti si è proprio scordato di questa opzione, chissà perché, probabilmente perdere ai rigori in fondo in fondo andava bene, loro sono troppo superiori, siamo stati bravi lo stesso, dai). O si prende Giaccherini, lo si ipnotizza ben benino e gli si fa credere di essere Gento, e per un po’ sembrano crederci pure gli avversari che stanno al gioco e si fanno dribblare. Ieri si vedeva addirittura Eder spesso impegnato in questo ingrato compito nelle retrovie, ed è facile intuire il motivo per il quale il brasiliano sia stato per tutta la manifestazione preferito al più talentuoso Insigne, meno umile e più propenso a cercare di spaccare il mondo da solo. Soltanto che questa volta il mondo erano Hummels e i suoi sodali dai mille spigoli, non l’accogliente difesa del Frosinone.