Ben JohnsonOk, mancano ancora diversi nanosecondi all’ufficializzazione ma, salvo epidemie di diarrea cronica o una serie di decessi imprevisti, il sedicesimo scudetto interista mi sembra abbastanza inevitabile. No, non voglio recriminare su regalie arbitrali indubbie e indiscutibili. E nemmeno sostenere che, se Guido Rossi non avesse praticamente inviato la Juve in B (anziché in Interregionale) e obbligato il Milan a disputare gli ultimi tornei con l’ospizio in difesa e Dildo Dida in porta, l’esito degli ultimi tre campionati sarebbe stato diverso. Ok, il giuoco espresso dall’AS Roma è stato di gran lunga più spumeggiante, ma pareggiare il casa con il Livorno (e soprattutto perdere con un’immota Lazio) non era semplicissimo. Quindi, giusto così.

Ma non è tanto di ciò che volevo discettare. Mi chiedevo quale gioia, quale soddisfazione si possa provare a vincere trofei come questo, che qualsiasi allibratore capace di intendere e di volere sarebbe stato in grado di prevedere ere geologiche fa, data l’immane sproporzione tra l’organico nerazzurro e tutti gli altri messi insieme. Sì, sono a favore, se non di un “comunismo”, quantomeno di una “socialdemocrazia” nel mondo dello sport.

Alt! Non voglio dire che il Lance Armstrong o il Ben Johnson di turno dovrebbero disputare le gare zavorrati o drogarsi meno spregiudicatamente per essere più uguali agli altri, minidotati atleti. Arialt! (cit. Ganglio) Non ardisco sostenere che squadre con miliardi di tifosi sparsi ovunque, rappresentative di metropoli da bere affollatissime, debbano ricevere la stessa, identica fettina di torta dell’Albinoleffe, o del Chievo, con i suoi due/tre immaginari tifosi. È indubbio e indiscutibile, però, che senza il Chievo e l’Albinoleffe nessun campionato potrebbe mai essere regolarmente disputato (un triangolare infinito tra Inter, Juve e Milan non interessa a nessuno, e il G14 europeista è forse un po’ troppo snob e avveniristico).

Ricordo una regola fondamentale di quando, da piccoli, ignari dei preti pedofili in agguato, si andava a giocare all’oratorio, con la nutella in mano: le squadre vanno fatte equilibrate. Perché? Semplicemente, perché è più DIVERTENTE. Perché risponde di più agli elevati e sublimi “criteri” che dovrebbero contraddistiguere lo sport, tutto. Che gusto c’è ad avere una Minardi (RIP) che, con i suoi improbabili tranvieri prestati alla Formula Uno, parte di default con secondi, minuti, vite di ritardo rispetto a una McLaren in grado di cagare dollari con nonchalance dal tubo di scappamento? Oppure costringere delle simpatiche e scarmigliate compagini di provincia a disputare campionati con giocatori tecnicamente a malapena all’altezza dei magazzinieri delle prime della classe, arraffatutto? Ciò è profondamente insensato, immorale e antisportivo. E sbagliato (e anche un po’ supercazzolprematurato, se vogliamo, con scappellamento d’ordinanza annesso).