Uno che a diciannove anni diciannove aveva già capito tutto, come si sta in campo, come ci si allena, la dieta più sana, che tipo di vita deve fare un fuoriclasse vero, morigerato sul terreno di giuoco e fuori. Lionel MessiI campioni del passato, dai traumi e dalle vicende più interessanti (sì, ok, la somatotropina, zzz), s’inserivano creativamente con i loro picchi umorali di eleganza sopraffina nel gioco corale, portandolo a un altro livello.

Così Van Basten, o Maradona. O Cruijff, che era solo un sublime, intelligentissimo ingranaggio, un proiettile espulso a velocità folli dalla macchina da calcio totale. Messi no, lui devasta, lui travolge. Irrompe supera imbattibile, come un cingolato calpesta senza sosta le difese avversarie, maltrattando i solinghi birilli che le compongono, solo occasionalmente frenato da impedimenti meccanici o dall’eccessiva foga da supereroe. Bombarda i portieri irreparabilmente, tuonando sempre nell’angolo più lontano, petardi irraggiungibili.

Si ha talvolta l’impressione che potrebbe irridere ancora di più i malcapitati manichini superati lungo il passaggio. E che neanche sparandogli addosso col bazooka sia possibile arrestare la sua corsa imbufalita da personaggio della pleisteiscio con le statistiche taroccate.

Con Messi il gioco del calcio smette ufficialmente di essere un affascinante rito tuttosommato sopravvissuto ai miliardi delle pay-tv, un raduno quasi psichedelico di corpi in balia delle leggi della fisica e del caso, un’assemblea primitiva di talenti e gregari sapientemente amalgamati da stregoni decongiuntivizzati. Per diventare mera affermazione individuale dell’eroe onnisciente da laboratorio, sempre onanisticamente proteso verso il prossimo inevitabile, meccanico yawn.