L’Italietta ha pareggiato, ma la vera notizia è questa Bolivia che si è aggiudicata il primo set opposta a un Maradona — tornato improvvisamente più lungo che largo, anche se di poco, grazie al benefico influsso rassodante del comunismo caraibico — nella sua nuova, improbabile casacca di allenatore a sfera. E a un Carrizo che sarà tutto, operaio infaticabile, rampante uomo d’affari, stimato palazzinaro, muratore insospettabile, carismatico premier, intonato cantante da crociera, bravo padre di famiglia, marito premuroso, amante focoso, ottimo pilota, coraggioso esploratore, virtuoso pianista, provetto xilofonista, collaudato citofonista, intrepido soldato, attento imitatore, applaudito prestigiatore, roccioso centravanti con spiccato senso del gol, insigne studioso, raffinato pensatore, macellaio inappuntabile, fortunato collezionista di farfalle, esperto cuoco, politico integerrimo, apprezzato assaggiatore di vini francesi, rispettato vicino di casa, insostituibile giocatore di scopone scientifico, temuto malvivente, gioioso custode di cimiteri, ferroviere puntualissimo, meteorologo infallibile, pornodivo instancabile e scrupoloso giardiniere di fama internazionale dotato d’indubbio pollice verde. Tutto si potrà dire, insomma, di quest’uomo.

Tranne che si tratti di un portiere.

MaradonaIl pareggio, dal poco che ho visto, va stretto in realtà all’Irlanda, che ha battuto calci d’angolo come se piovesse sorvolando disinvoltamente i nostri baldi carpentieri con lanci incredibilmente adunchi teleguidati sui crani di animali alti, coraggiosi e ignoranti a sufficienza. Il metodo per scardinare la nostra arcigna (una volta…) difesa è esattamente questo, scimpanzé strapagato in meno o no. Non certo tenere la palla sulla tre quarti torellando per ore, beandosi di un’inconsistente, inutile supremazia come facevano certe nostre avversarie ai tempi d’oro. È triste che il Trap non sia il Mou, che non avendone la lingua biforcuta (Schtrunz appartiene al passato), l’età e la trollosità debba rosarizzare dichiarazioni di circostanza e trattenere a stento l’esultanza. Festeggiando accussì, senza spargimenti di acqua santa a catinelle per benedire un pareggiotto che gli permette di vendicarsi un po’ delle tante, grossissime suppostone amare ingurgitate in anni di gestione anale della nazionale.

Gestione che comunque fu leggermente meno vomitabonda di quanto si dipinse: gli arbitri, i biscotti e gli dei gli furono ostili, poche storie. E son robe che contano, checché se ne dica, e pure parecchio. Nello sport più noioso della galassia dopo il dressage, il lancio dei commenti per la blogosfera e la formula uno, la differenza la fa il semirigore dato o non dato, il fuorigioco attivo o passivo, il gol di tacco, di tetta, di culo al novantaduesimo con Vieri morto sulla linea dopo che hai dominato, il fallo che c’era, e se non c’era dov’era. Chi pensa che una nazionale che storicamente ha fatto del catenaccio la sua ragione di vita e il suo vanto debba improvvisamente vincere 5-0 ogni partita sciorinando bel gioco, rispondere ai Moreni e a gomploddi (che un po’ ci furono, eccome, perché solo uno sprovveduto potrebbe pensare che Spagna-Corea sia stata una partita) andando a segnare un altro gol se quello buono viene annullato, infischiarsene degli avversari che si mettono d’accordo per rendere vani i tuoi sforzi, beh, andrebbe rinchiuso al più presto all’interno di uno spot Laif is nau infinito, con Tottigò che va in loop, per penitenza.

Mettiamoci pure questo Lippi che si lascia andare al solito, livido, scomposto rito dell’assalto frontale al direttore di gara, che in questo caso gli si può dare del pezzente perché extramandolinaro (ma il bel viareggino abbronzato non era di quelli che dicevano io dell’arbitro non parlo mai figuriamoci, e poi dopotutto sono umani, hanno due occhi, un naso, due corna come noi, possono sbagliare e cazzate consimili? Se non era lui di sicuro era un altro, o cinquecento altri tutt’in coro, non me lo ricordo mica più)!