L’ennesima grande promessa trovata positiva ai controlli del Tour. Lo sport di Coppi, Merckx e Bartali ha ormai la stessa credibilità del wrestling. Ma, incredibilmente, molti appassionati sembrano non essersene ancora accorti.

Artefatti ciclismo
artefatti
Venticinque anni non ancora compiuti (ma ne dimostra “sportivamente” anche meno), un passato di successo tra i dilettanti con qualche lieve ombra di doping. Riccardo Riccò sembrava proprio il ciclista giusto al momento giusto, la quasi-reincarnazione di Marco Pantani bramata dai tifosi in calore di tutt’Italia (”Tutti sanno che è il mio modello: mani basse e dare tutto fino alla fine“, una delle sue dichiarazioni più paracule). Insomma, lo scalatore sovrumano dotato però anche di grandi doti di scattista (tallone d’Achille: le tappe a cronometro). L’eroe in grado di infiammare le masse e ridare ossigeno e popolarità a uno sport (?) travolto da una serie inenarrabile di scandali. Amato anche per la sua generosità e per l’istinto che lo porta ad azioni apparentemente insensate (come attaccare forsennatamente, sprecando preziose energie, nella tappa precedente al Tourmalet, che invece prevede un arrivo in salita a lui congeniale). Tutto questo nel quadro di un’Italia che sembrava andare a gonfie vele in questo Tour de France, con un Piepoli scatenato e lo stesso Riccò maglia a pois, nono in classifica generale e trionfatore a Super Besse e a Bagneres de Bigorre. E invece ecco tornare l’“incubo” (ma perché? bisognerebbe essere contenti che ancora si riesca a beccare qualcuno!): Riccò è risultato positivo all’EPO di terza generazione, la CERA, una sostanza relativamente nuova per la quale l’Unione Ciclistica Internazionale nemmeno prevede la squalifica (ma gli organizzatori del Tour per fortuna la pensano diversamente).

BASTANO UN PAIO DI INIEZIONI AL MESE – Non è certo semplice infatti che controlli di questo tipo portino a individuare i furbi, se si pensa che l’Agenzia francese antidoping aveva già passato sotto esame altre quattro volte il nostro fantastico corridore, sempre con esiti negativi (e chissà che cosa potrebbe accadere se a Pechino venisse utilizzato lo stesso rigore, eventualità piuttosto remota).Epo La CERA, utilizzata da poco più di un anno per curare pazienzi con gravi insufficienze renali, benché ancora piuttosto costosa, è più pratica e discreta della vecchia EPO: basta un’iniezione al mese o due et voilà, si è a posto. Non c’è più bisogno di trasformarsi in farmacie ambulanti, portando in tour con sé fiale e fiale di eritropoietina, per la gioia dei gendarmi chiamati a ispezionare. Altro vantaggio: pur rimanendo rintracciabile, come l’EPO, espone di meno ai picchi tipici dei valori di ematocrito ed emoglobina. Quello che stupisce ancora una volta sono le reazioni di addetti ai lavori, commentatori e tifosi (non tutti, per fortuna). Gente ancora in grado di cascare candidamente dal pero, se non addirittura di starsene chiusa ottusamente a riccio in difesa del proprio giocattolino preferito, ostentando risentimento e vittimismo. È anche comprensibile che chi col ciclismo in qualche modo ci mangia abbia questo tipo di atteggiamento. Ma ormai dovrebbe essere evidente perfino a un bambino dell’asilo che (perlomeno) ogni campione in grado di mostrare, spesso a intermittenza, siffrediane doti da extraterrestre sia dopato fino al buco del culo. Altro che “mi sono impressionato da solo” e “mi avete fatto arrabbiare ed io vi ho risposto a mio modo”. E che la situazione non potrà cambiare continuando a minimizzare, o a vivere nel mondo dei sogni. Anche solo per il fatto che mantenere queste medie folli senza barare è semplicemente inumano.

Riccardo RiccòRICCÒ SI DOPAVA? SAI CHE NOVITÀ… – Non è un caso che, pur con tutte le difficoltà sempre maggiori che la lotta al doping deve superare, ben venti corridori su centonovanta abbiano valori anomali (sembra quasi di essere tornati indietro di una decina d’anni). Molto più consapevoli dei tifosi sembrano essere, chissà perché, i colleghi del dopato. Tra le reazioni più sprezzanti, quella dello scalatore lussemburghese ed ex maglia gialla Kim Kirchen: “Non mi sorprende affatto che ad essere trovato positivo sia stato Riccò”. Disincantato anche il passista francese Jérôme Pineau: “Ci aspettavamo una notizia come questa perché su internet abbiamo letto pagine inquietanti su Riccò e sulle sue vittorie”. Un po’ troppo ottimista il direttore del Tour, Jean-François Pescheux: se Riccò è stato preso, vuol dire che il sistema antidoping funziona. E sono d’accordo con lui Cadel Evans e Frank Schleck, guardacaso la maglia gialla e uno dei candidati alla vittoria finale, quindi soggetti particolarmente interessati a difendere l’indifendibile onore e il prestigio del “circo” del quale fanno parte. Almeno fino a che non toccherà a loro medesima sorte. Il pur apparentemente coscienzioso Renato Di Rocco, presidente della Federazione Ciclistica Italiana, si limita a condannare “alcuni atti irresponsabili che mandano in frantumi l’immagine di uno sport che si sta cercando di ricostruire“. Ma il problema è che, forse, a questo punto bisognerebbe anche rendersi conto che non si tratta di scriteriati gesti isolati: semplicemente, chi accetta di doparsi può sperare in una carriera da professionista. Gli altri resteranno a casa a mangiare tortellini, c’è poco da fare. (Per la versione orginale di questo brano pedala pure qui).