Non per stereotipata esterofilia, ma fin dai tempi della gloriosa Telemontecarlo e della sua vetrina sul calcio internazionale ho sempre apprezzato il campionato inglese ben più di quello italiano, così inquinato da tatticismi esasperati, simulazioni olimpioniche e dirigenti piagnucolosi. Nel football anglosassone intravedevo una sorta di oasi selvaggia, un inconsueto rito officiato da uomini rudi, ignoranti e con parecchi spigoli in grado di correre e voltolarsi nel fango come bestie per più di un’ora e mezza, ininterrottamente, dando botte da orbi e incassandole senza mai lamentarsi, proprio come dovrebbero fare gli animali veri, quelli sinceri. Esseri poco civilizzati totalmente in balia delle proprie pulsioni più irrazionali e primitive, apparentemente incapaci nella loro ancestralità di effettuare perfino i calcoli più elementari. Un pianeta alternativo nel quale tutto sembrava possibile, e risultava così del tutto normale e ovvio che la compagine blasonata in vantaggio per otto a zero a un quarto d’ora dalla fine venisse poi rimontata e allegramente travolta dall’oscura formazione di ventordecima divisione, nel tripudio degli alcolisti zippati sugli spalti. O anche solo che gli allenatori insoddisfatti, quando il gioco si faceva più duro, scendessero direttamente in campo a indicare la strada per la gloria eterna a quelle pappemolli dei loro calciatori, o che le sorti di un intero, infinito campionato, fossero poi decise da un rimpallo al novantaduesimo nel recupero dello scontro diretto sapientemente collocato all’ultima giornata.

È in questo pittoresco scenario che si svolgono le vicende, anche umane, di Matthew Le Tissier, sottovalutatissimo genio sportivo e piede destro tra i più fatati che abbiano mai accarezzato i campi di gioco, un’intera carriera consacrata ai Saints (nomignolo affibbiato dalla sorte al Southampton, poco conosciuta provinciale dell’Hampshire). Sedici stagioni (poco più di quattordici, al netto degli infortuni finali) tra l’86 e il 2002 a cavallo tra First Division e Premier League, senza vincere un tubo, senza nemmeno avvicinarsi a un piazzamento che potesse garantire l’accesso ai preliminari della meno rispettata tra le competizioni europee, o a sfiorare una misera coppetta. Un po’ come se Maradona fosse stato sfornato dalle giovanili del Lecce e si fosse poi accontentato di vestire i discutibili colori della squadra salentina per tutta la durata della sua attività agonistica, senza batter ciglio di fronte alla pioggia incessante di offerte milionarie.

Inutile dire che neanche la nazionale inglese (da lui eletta: essendo nato su un’isoletta secondo le balzane leggi del posto avrebbe potuto scegliere di difendere in alternativa le ragioni del Galles, della Scozia o dell’Irlanda del Nord) se lo cagò più di tanto. I vari CT preferirono, nella loro nauseante miopia e convenzionalità, regalare ampi palcoscenici internazionali a comodini del calibro di Heskey, con i ben noti, drammatici risultati. Notevole comunque la tripletta (oltre alle due traverse prese) rifilata da Le God alla formazione delle riserve russa. Le Tissier era fatto così, prendere o lasciare, gli interessava solo bere e divertirsi, trasformando rigori su rigori con chirurgico savoir-faire o dribblando le caterve di birilli nemici, ma raggirandoli con l’arma della tecnica e della fantasia, non oltrepassandoli alle consuete velocità supersoniche alle quali Sky e Mediaset Premium ci hanno abituato. O imprimendo alla sfera – con la fiducia e la sicurezza nei propri mezzi dei grandissimi – traiettorie assurde, folli, strampalate. Capolavori balistici inaccessibili ai portieri che si facevano uccellare ipnotizzati e stupefatti, fino all’ultimo increduli che dietro simili beffarde traiettorie non si celasse un qualche inusitato, alieno barbatrucco. Originali mix di classe e sregolatezza che tanti top player (nello stipendio) attuali possono solo invidiare, rosicando rumorosamente.