Nella foto, l’allenatore Graham Potter intento a preparare il cruciale match contro il Galatasaray illustrando il concetto di sfruttamento della struttura quadridimensionale degli half-space, la Bizona e il Tutto ad alcuni suoi recalcitranti allievi.

 

Nel momento in cui scrivo l’Östersunds FK è all’apice della sua gloria calcistica, essendo reduce da due netti successi consecutivi in campionato, contro il fanalino di coda AFC Eskilstuna (che nella partita interna precedente però aveva piegato il Malmö chiudendo il primo tempo addirittura sul 3-0, dite quello che volete ma per me quel Mohamed Buya Turay, ex juventino,  è fortissimo e sgusciantissimo) e i campioni svedesi di un paio d’anni fa del Norrköping. (Peraltro, off topic ma ci tenevo a dire questa cosa, l’AFC ha spostato la sua sede da Solna a Eskilstuna, molto più a Nord, proprio appena dopo la sua prima, storica promozione in Allsvenskan… ma come si fa? Io boh). A rifulgere però è soprattutto il 2-0 in Europa League contro il PAOK (stiamo parlando di una squadra, quella greca, che per la prima volta da parecchio tempo in qua è partita con non grossissime ma esistenti chance di interrompere il ventennale dominio dell’Olympiacos in patria), successo che ha permesso alla matricola svedese di raggiungere la fase a gironi del torneo. Contro ogni pronostico, considerando che anche due turni prima l’Östersunds si trovava nella scomoda posizione di underdog avendo pescato nel sorteggio i temuti turchi del Galatasaray, una realtà calcistica sulla carta di ben altro livello, per impegno economico e numero di tifosi. Insomma, la potente Bisanzio, carica di storia e di prestigio, contro una cittadina di circa cinquantamila anime che ben pochi saprebbero collocare su una carta geografica, fate voi. Nonostante l’Europa League sia quest’anno dichiaratamente la priorità per gli svedesi, anche per ragioni legate ai ritorni economici, e lo si nota pure dai massicci turn over effettuati, in patria le cose non vanno affatto malaccio (quinto posto assoluto in Allsvenskan, ancora in corsa per bissare il trionfo dell’anno scorso in Svenska Cupen). Ieri un’altra succosa affermazione europea, meno inaspettata, comunque tutt’altro che scontata, in Ucraina contro lo Zorya Luhansk.

Tra le cose che danno più soddisfazione nella vita c’è l’assistere “in diretta”, l’essere presenti alla nascita e all’affermazione di un nuovo fenomeno, di qualsiasi tipo esso sia. Non potrò mai dimenticare, pertanto, quel pomeriggio di due anni e passa fa nel quale la cavalcata dell’Östersunds verso l’ignoto ebbe inizio (sì, potremmo dire forse che era partita già nel 2011, dopo un’amara retrocessione nel quarto livello nazionale, ma nel mezzo ci sono state due annate interlocutorie in Superettan, cioè la “B”). Io, seppur semicasualmente, quel pomeriggio c’ero, col mio discutibile streaming di non eccelsa qualità, ad ammirare una sconosciuta squadra scandinava impegnata a brutalizzarne a sorpresa un’altra, in teoria di livello più o meno simile (si parla del 3-0 inflitto all’Ängelholms, primo match casalingo del torneo, che diede l’avvio a un trionfale campionato di Superettan, peraltro poi vinto di poco dallo Jönköpings Södra, ma che importa). Fatte le proporzioni, mi pareva di assistere a una di quelle incredibili amichevoli estive che lanciarono e definirono il Milan di Sacchi mille anni fa, contro avversari sotto shock presi a mazzate tutto il tempo e che a fatica riuscivano a superare la linea di centrocampo, e forse anche a respirare (lo so, suona come una bestemmia, ma l’approccio “arrogante” e la maglia rossonera contribuivano ad alimentare l’illusione). Il calcio dell’Östersunds è infatti un calcio studiato e attraente, benché a ben guardare un po’ troppo rischoso, fatto di possesso maniacale (con picchi dell’80% come in alcune partite interne dello scorso campionato), di schemi messi in pratica con ossessiva accuratezza. Come le statistiche dell’Allsvenskan puntualmente confermano, dato che il team risulta secondo per percentuale di possesso palla, primo per precisione nei passaggi e per dribbling riusciti, terzo per numero di tiri in porta concessi agli avversari (ovviamente nel senso che solo altre due squadre li lasciano concludere di meno). Con questi dati viene anzi da chiedersi perché l’Östersunds non stia già ora lottando per lo scudetto: probabilmente il suo limite attuale sta in una migliorabile abilità nei duelli aerei e sulle palle da fermo, in periodi di apparente difficoltà nel concretizzare la mole di gioco prodotta e nel commettere troppo di frequente errori pesanti, che consentono agli attaccanti altrui di andare in rete. In altre parole, il team subisce goal più spesso per propri, improvvisi demeriti che per abilità degli altri, controllando la gara per buona parte del suo svolgimento. Memorabili le partite d’esordio nella massima divisione locale, con le avversarie stupefatte in bambola: in pochi immaginavano che una neopromossa qualunque potesse sbucare dal nulla e prendersi di forza il comando delle operazioni anche su campi ostici come quello dell’Hammarby. Molto interessante in questo senso il confronto con l’Hacken, dato che si tratta di un’altra compagine che ha fatto del possesso palla la sua religione, confronto dal quale emergeva chiaramente che i nuovi arrivati avevano portato questo stile di gioco a un livello quasi sconosciuto per gli standard nazionali.

La squadra di Graham Potter non ama impostare l’azione con lanci lunghi dalle retrovie, o finalizzarla buttando poco ispiratamente palle alte nel cuore dell’area di rigore, sperando magari in un’astuta e inelegante spizzata. Eppure nella partita d’andata, in trasferta, di quella che è finora la sfida più importante della sua storia l’Östersunds ha dovuto e saputo snaturarsi, praticando un orribile calcio fatto solo di contenimento, per mantenere la calcolata sconfitta entro limiti umanamente ribaltabili. Le contingenti difficoltà del PAOK (appena reduce da un cambio di allenatore) hanno fatto il resto. Immaginate lo spaesamento dei giocatori di questo club proveniente da un “ricco” – più di quello svedese – campionato dell’Europa del Sud nel ritrovarsi, tra il vento gelido, in questo piccolo stadio situato nell’estrema Europa settentrionale, circondato dal tifo esaltato di un pubblico che fino a pochi anni prima non avrebbe mai neppure immaginato di assistere ad altro che a placide gare di sci nordico o di biathlon, su un sintetico non utilizzato da nessuna squadra della Souper Ligka greca, ma che invece costituisce lo strumento di lavoro ideale per i piedi dell’affiatato team locale, composto di gente arrivata insieme nel calcio che comincia a conticchiare un po’, partendo dalle serie inferiori. Scenario che ha similmente spiazzato anche quelli del Galatasaray, che non si aspettavano certo che gli ignoti mestieranti di un club collocato in Culonia non facessero veder loro palla per larghi tratti del match. La Jämtkraft Arena è appunto quasi una fortezza per l’Östersunds, si tratta di una squadra decisamente portata per sfruttare al massimo il fattore campo, e le statistiche in questo senso lasciano pochi dubbi (roba tipo solo un paio di sconfitte l’anno in media, con un ragguardevole score di 5-0-0 in Coppa di Svezia).

Va rimarcato che l’Östersunds, frutto della fusione una ventina d’anni fa di quattro club locali diversi, è una realtà unica (perlomeno in patria) per progetto e organizzazione, e se l’avventura in Europa League dovesse andare avanti è probabile che la stampa sportiva nostrana le dedicherà attenzioni simili a quelle recentemente tributate a un altro singolare fenomeno nordico, quello del Midtjylland. L’ambizione non manca, se si dà retta alle dichiarazioni dell’anno scorso del suo presidente Daniel Kindberg, qualcosa tipo “vogliamo arrivare in Champions League entro cinque anni”, ma pensando ai risultati raggiunti fin qui non paiono propositi nemmeno troppo balzani. La figura centrale intorno alla quale ruota tutto è ovviamente quella dell’allenatore – ma il termine appare riduttivo – Graham Potter, in sella dal 2011, ex difensore inglese (solo otto presenze in Premier League, pane e cicoria a volontà in First Division), laurea in scienze sociali, varie, pompose esperienze colte istituzionali. Da lui deriva anche lo speciale rapporto con il Regno Unito (già prima del suo arrivo si era instaurato un solido legame collaborativo con realtà come quelle dello Swansea City, presente anche all’inaugurazione dell’attuale stadio, il nuovo coach inoltre ha le mani in pasta con la Nike Football Academy e inglese è Jamie Hoppcut, uno dei più agili finalizzatori presenti in rosa). Il ruolo del tecnico emerge anche nella messa a punto del raffinato scouting system che ha consentito di pescare gente magari tenuta ai margini per questioni, diciamo, di rapporti umani, ma valida e recuperabile, o sconosciuta ma estremamente promettente tra le serie inferiori svedesi e inglesi (e pure scozzesi, come il centrocampista Fouad Bachirou, ex Greenock Morton, uno dei protagonisti dell’impresa leggendaria con il Galatasaray). Non di rado si tratta di giocatori di origini straniere, come Ken Sema (guizzante ala), figlio di genitori congolesi ma cresciuto in Svezia assieme al fratello maggiore Maic, centrocampista dell’Örebro. O come un altro dei pezzi forti della linea mediana, Brwa Nouri (anche lui abile tanto nel conquistare palloni quanto nel distribuirli saggiamente), il capitano di origini iraniane con apparizioni nell’Under 17 e nell’Under 19 svedesi che ha poi optato per rappresentare il Paese natio, disputando le gare di qualificazione a Russia 2018. La particolarità del “lato commerciale” della breve storia del club è confermata dal singolare accordo siglato col governo della Libia a inizio 2014, estremamente vantaggioso per gli svedesi sulla carta, poi nella pratica chissà, lo scopriremo solo vivendo. L’intesa, praticamente da libro Cuore, prevedeva che l’Östersunds si accollasse ben duecentocinquanta giovani libici l’anno (tranne al primo giro, nel quale avrebbe dovuto sobbarcarsene soltanto sessanta), per tramutarli non solo in calciatori provetti, esperti anche di teoria e di tattica, ma proprio in ometti fatti e finiti, con tanto di lezioni di inglese e di informatica. Insomma, una vera e propria università (scandinava) della vita.