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Ivan Graziani – Pigro

Il mio primo contatto con l’universo plasmato da Ivan Graziani avvenne molte decine di milioni di anni fa, quando in una cassettina tra le più scalcinate – compilation con brani di vari cantautori – trovai Firenze (canzone triste). Lì per… Continua a leggere →

Curt Smith – Soul on Board

1993. Derby del cuore in casa Tears for Fears. Orzabal, col nick della casa madre, è ovunque con le varie Elemental, Cold, Goodnight Song e (soprattutto) Break it Down Again. Mentre Smith, già poco convinto di suo, si deve accontentare… Continua a leggere →

Autobannaggio infinito senza pietà

Kraftwerk

I Kraftwerk, non lo scopre certo il mio costumista, sono uno dei gruppi più incredibilmente geniali e decisivi mai partoriti. Non solo sono stati a dir poco insostituibili per lo sdoganamento della musica elettronica, un tempo rinchiusa nelle accademie. Ma senza di loro perfino baldi musicisti come i Platters, Michael Jackson e Anna Tatangelo avrebbero probabilmente battuto ben altre tangenziali. Il loro messaggio, recentemente appena riverniciato da una patina cupa e asfissiante, è stato capace di attraversare indenne intere ere

Ottomilacentostronzesimi su iTunes, primi nel mio lettore

Cut Copy

(E in Cangurolandia). Il gruppo che amo. In questo momento. Decisamente, i Cut Copy. Dan Whitford, professione aiutoimbianchino, graficosodomizzato, apprendistasalumiere diggièi. Dopo un periodo relativamente lungo di addestramento. Reclutò i suoi due adepti, australiani ambedue. (Mai capito il senso di questa nazione, tanto grande, tanto sola soletta sulle carte geografiche, io lascerei democraticamente decidere agli aborigeni o ai masupiali le sue sorti ma vabbè). All’inizio degli anni 2000

Basta post sulla morte di Michael Jackson, vi prego

Michael Jackson

Da degustatore di funky in tutte le sue salse non riesco a esimermi. Andiamo, non potete paragonarmi Michael Jackson a un Take That qualsiasi, o a quel ciccione di Simon Le Bon, solo perché “re del pop”, definizione apparentemente generosa ma che appiattisce e banalizza. Stiamo parlando di uno che ha reinventato i videoclip e la figura della popstar da combattimento. Un pezzo di anni 80 grosso così. Un Leroy Johnson eclettico gonfiato di anabolizzanti e in grado di bucare la dimensione un po’ farlocca del

Non mi basta più un tin-tin-zum-zinzum per farmi urlare al capolavoro dell’elettronica

Il negozio di dischi Sounds of the universe

Sounds of the universe è un negozio di dischi radical chic a Londra, ma, non essendo per il momento miliardario, non ho mai verificato di persona questa succosa informazione. Sounds of the universe è anche il titolo, suppongo fortemente autoironico, dell’ultimo disco dei Depeche Mode, ancora irrisi da molti o comunque presi poco sul serio per via di Just can’t get enough, una delle hit più tamarre o irresistibili dei primi anni 80 (in realtà partorita da Vince Clarke che poi fuggì schifato negli Yazoo/Erasure), e poi Everything counts in large

Velopenduli sottratti alla pornicultura

Lollipop

Artura, Agilulfa, Ermenegilda, Crocifissa e Maria Stronza (non ho voglia di cercare i nomi veri) furono le vincitrici di Pop Star nel 2001, una delle trasmissioni più loffie, diseducative e dimenticabili di tutti i templi. Ciò conferì alle suddette poveracce l’insano diritto di avere fior fior di produttoroni, visagisti, titillatori di capezzoli e ghost writer palestratissimi ai loro piedi. Allo scopo di adagiare sugli scaffali l’ennesimo compact disco del quale le tredicenni di tutto il globo sentivano fortemente il bisogno (un po’ come

Si celebra Battisti, ok, ma quello più cubista troll geniale e anche un po’ anale?

Lucio Battisti

Ivan Graziani: “È molto difficile rinunciare a un certo modulo vincente per poi andare a vedere che cosa diavolo potrebbe succedere se si agisse in tutt’altro modo. Soprattutto essendo consapevoli di quello che si sta facendo. E Lucio lo era”. Benché Battisti sia stato un artista estremamente popolare nel nostro Paese, il periodo finale della sua carriera, quello segnato dalla collaborazione con Pasquale Panella, è oscuro a molti. Non è difficile capire il perché: in spiaggia è più facile canticchiare le bionde

Da estimatore storico di Under TP non ho mai apprezzato granché Little earthquakes ma dopo millenni di ascolti

Winter, winter… a volte mi appare… sottoforma di pubblicità miliardarie come amplesso di macchine lucide nere sportive sicure pennellano spruzzano rallentano sporcano curve meravigliose assaggiate di neve. Winter, winter, montagna levissima abitanti innevati addomesticati su campi di grano di gioco indubitati, distesa bianca unica una, sola dove accecare bambini che si estendono ovunque pianoforti che si cibano di toriamos scarpette rosse che si ciba di neve. Winter, winter, solitario tremando titubando riff inciampando

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