Uno dei momenti più alzabandierofili e significativi partoriti dall’incontro tra la televisione padana e quella romana è stato sicuramente rappresentato da Non è la RAI. Col suo leggendario studio popolato da cento adolescenti anseriformi tutt’indaffarate a esporsi al pubblico ludibrio con i soliti pseudoballetti da osteria, o starnazzando giochi telefonici palesemente truccati e canzoni ultradeficienti. In sostanza, patetici pretesti per mostrare alle non ancora internettizzate genti un po’ di sana selvaggina, di quella barely legal, primo pelo vero o presunto.

Ci sono state indubbiamente tante altre trasmissioni all’insegna del tettaculismo più indefesso in grado di scarcerare nell’aere kitsch, edonismo, tamarraggine e insignificanza in dosi altrettanto elefantesche. Ma forse nessuna è stata così sfacciatamente studiata e costruita attorno a un unico, primigenio elemento. Ovvero l’ego-pisello del suo triste demiurgo. Un omuncolo di mezza età-mezza calzetta che per fare lo sbruffone decide di esagerare vistosamente, arrivando là dove nessuno aveva osato. A infrangere con spigliatezza tabù secolari, mietendo nel silenzio assenso delle italiche abitazioni fiumi di consensi e di spermatozoi innocenti.

Ambra AngioliniNon è la RAI ha probabilmente rappresentato l’espressione più sublime e genuina di un certo trash televisivo dell’era postcaroselliana, un picco difficilmente ripetibile nell’epoca del reality a tutti i costi. Sfruttando forse l’ultimo spiraglio spazio-temporale a disposizione, prima dell’avvento della pedoparanoia di massa. Prima che il Moige e i suoi astrusi proclami attecchissero e aderissero quatti quatti alle pareti mentali della popolazione in modo apparentemente inscrostabile, costringendo eserciti di regazzini innocenti a passare le loro esistenze murati vivi nelle scuole con la scusa del mostro impermeabilizzato e dotato di fallo bionico sempre in agguato.

Come dimenticare le inguardabili magliette, l’orripilante merchandising, le inascoltabili compilation contenenti veri e propri inni generazionali paragonabili per certi versi a quelli sfornati dal duo Pezzali-Repetto. Come scordare il moto ipnotico delle acerbe tette rimbalzanti, i teneri visini indifesi perennemente macerati dalle finte lagrime, la castità quasi irreale della Trevisan (che infatti, dopo essere stata protagonista del meno svestito dei calendari dopo quello delle Orsoline, ripudiata da un Piersilvio in cerca di più fresche prede, non fece carriera). Quella soffusa, quasi sognante atmosfera ai confini del softporno che avrebbe trovato piena realizzazione solo anni dopo nel cult movie “Vacanze da spiare” (protagoniste della complessa trama Francesca Gollini, Ilaria Galassi e Marzia Di Maio).

E poi la processione delle fan-cazziste affamate di provini e proposte indecenti, accompagnate al macello da genitori ben più esaltati di loro. E gli inquietanti striscioni “Ambra c’è” delirati da folle di piccoli aspiranti falegnami scatenati all’uscita degli studi sul Palatino; i cori inneggianti all’aria fritta mista al vuoto cerebrale impersonificati dall’arrivista teleguidata per antonomasia; e dalle altre, sciattissime e scimunitissime lolite di quinta categoria servite di contorno.