pazzia
Esther G — Wrapped up in madness

Ieri, o forse in un recente passato chissà, ho iniziato una serie di conversazioni rimaste poi in sospeso. So che non potrò svolgere decentemente le attività che avevo pianificato. Non prima, almeno, di aver avuto notizie attendibili sulla sorte di quei colloqui abbandonati. Gli scambi verbali sono stati nel complesso abbastanza cordiali, mi pare di ricordare, ma a tratti inverosimili, urticanti, verticali. Questo il retrogusto. È come se avessi proferito qualcosa di orribile e totalmente inadatto, modificando la realtà oggettiva con i miei turbamenti.

Inizialmente, la conversazione si presentava come un procedimento unilaterale: mio cugino, Rinaldi, il finto professore, il presunto edicolante, il sedicente portiere apparivano elementi necessari al paesaggio fisico, dal quale risultavano indistinguibili. Una lenta fase di catarsi generalizzata in cui tutti gli individui venivano deindustrializzati e collocati semplicemente nella Natura. Privi di abiti, destituiti dalla facoltà di concepire e articolare complesse, sfaccettate e audaci composizioni vocali, predisposti soltanto all’emissione di un unico, generico suono.

In questa prima fase, ho sfruttato tutte le energie per sprigionare una moltitudine: mi sentivo primordiale, irrequieto, non preoccupandomi del giudizio di convenienza che le figure, allora mute, avrebbero potuto formulare. Il mio modo di rappresentare ciò che provavo, nonostante la mancanza di interferenze, non era affatto fluido, bensì scattoso e interrotto da continui ripensamenti.

La posizione fisica che, di volta in volta, nel corso della conversazione unilaterale andavo ad assumere sui vari piedistalli era messa in discussione. In ogni caso. Anche nell’ambito del dibattito interno, lacerante, essa era considerata di continuo non idonea all’esposizione delle mie ragioni e una nuova successione di spostamenti veniva pianificata.

Ma, mentre ero alla ricerca della posizione più congeniale, tutte quelle precedenti, già concretizzate e ormai non rimovibili dalla cronologia, avevano irrimediabilmente dato vita a una rappresentazione incoerente e poco adatta.

Nella seconda fase, il mio ruolo non risultava essere più così centrale. Innanzitutto, il mio corpo veniva collocato su uno dei ripiani più remoti, a chilometri di distanza. I miei spostamenti, pur se non più inquadrati, non erano vietati. Ulteriori posizioni andavano definendosi, si sommavano a quelle già eseguite, come in una ciclica ripetizione invernale.

Ma questo rinnovato sforzo era praticamente ignorato a favore delle esaustive dimostrazioni tenute con esemplare chiarezza dai miei “interlocutori”, a una distanza ragguardevole da me. Messe da parte le frasche, che prima li ricoprivano quasi interamente, essi si rivelavano ora parlatori infaticabili, sorretti, nei rari momenti d’incertezza, dai loro attenti collaboratori, i cui interventi risultavano non solo puntuali, ma addirittura corroboranti. Questi assistenti erano davvero instancabili: oltre a proiettare sul magnifico tabellone, predisposto con grande fasto per l’occasione, le riprese relative alla mia precedente prestazione, sottolineavano intelligentemente, con l’uso dello zoom e di replay effettuati da differenti angolazioni, i passaggi più significativi, soffermandosi a lungo su quelli più impacciati e contorti (che non erano pochi). Le immagini si sposavano spumeggiantemente ai commenti e alle dichiarazioni dei miei interlocutori, che seguivano passo dopo passo quelle vicende da me non più modificabili.

Io, da lontano, seguivo questa fase della conversazione con una certa vergogna e con un po’ di apprensione, perché non mi era ancora chiaro dove volessero andare a parare costoro con quella disamina così documentata e dettagliata. Soprattutto, non capivo le ragioni di quella loro evoluzione, così compressa nel tempo e inaspettata. In special modo era incomprensibile il fatto che, in quei momenti in cui i loro assistenti si esaltavano, assicurandosi una prestigiosa collocazione, i conversatori tornassero a rifugiarsi nei cespugli. Subito dopo, però, riprendevano a fare i professoroni. Questo mi è sembrato sinonimo di scarsa serietà.

Le possibilità di un mio intervento si riducevano, in questa fase, alle brevi, ma intense e burrascose, discese di mia moglie, che urlava loro quelle poche sentite parole nelle orecchie, col suo megafono naturale, e alle mie rare venute aggrappato a un tram (non disponevo di un mezzo mio).

Sempre più giù di morale (e sempre meno preso in considerazione) cercavo, in queste occasioni, nel poco tempo disponibile, di esibire le nuove posture che avevo, con un certo impegno, messo a punto (in alcuni casi erano necessari spostamenti anche arditi, diciamo “sperimentali”). Ma esse venivano senz’altro ignorate a favore dello studio e dell’analisi maniacale di quelle passate, ritenute, non si sa per quale ragione, molto più interessanti.