Dutch Tree
wings_washer — dutch tree

capovolto.
piedi di materiale affine
mi riconducevano, apparentemente in modo definitivo,
alla Sequoia Incontrastata e dai limiti incerti

soltanto immaginarie altre conoscenze

non mi rivolgevo ai Corpi Appesi, che si estendevano uniformi
svolgendosi anche nel sottosuolo,
si attribuivano volentieri da soli delle prosecuzioni in esso

[annuso attorno
altri frequentatori, nelle vicinanze
agiscono sui ripiani
si srotolano imperiosi sulle pareti]

il braccio che mi serviva le cibarie
le estrapolava dal tessuto-soffitto imperscrutabile;

non avevo riferimenti negli elettrodomestici e nei divani
che il vento trasportava poeticamente per consegnarli a proprietari sconosciuti;
spesso mi mulinavano a fianco, originando situazioni di pericolo
[ personaggi secondari

sublimavano spesso nei loro venti…
sapevano modellare, disperdere i vapori
e dopo un blu-movimento circolare
si radunavano danzando passi estinti]

il fondale ruotava in lontananza
ciclicamente sostituito da altri, apparentemente molto simili

[una volta ho creduto di averlo calpestato
svelati tutti i piedi]

lo popolavano
sincretismi di corpi apparentemente casuali; incompleti, ordinati su nastri scricchiolanti
busti pusillanimi usciti in fila indiana dalle piramidi e immediatamente coinvolti
bulbos assai dinamici,
chiari tra la fauna
si esponevano alla sovralimentazione
s’innestavano ben presto su zampe palesemente inadatte a sostenerli

a un diverso livello
pannelli decorativi, sezioni più azzurre
passeggeri portavano in giro l’umore giornaliero
solo in un angolino primeggiava ancora una situazione bucolica e prettamente agreste
lì, qualche colono, non civilizzato, si tuffava nel suo campicello per spuntarne prontamente fuori ben più rubizzo, esibendo orgoglioso i sapori dei suoi ortaggi appena raccolti

(più tardi)

l’ALBERO OSCILLAVA
afflitto attorno a sé
creando buche a ripetizione, con i suoi poteri
s’inchinava in avanti, semplicemente trafitto
il busto a terra, insistendo
sprigionava alterni odori mortuari

le mele e i frutti dalla forma precisa, allora
risalivano dal suolo, senza chiedere
quasi per festeggiare
rendevano gli odori nuove conoscenze paffute
aderivano balzando

la terra divorava con disinvoltura taluni protagonisti
che già precedentemente stavano innalzando degli arti in segno di collera
o per richiamare l’attenzione su se stessi

alcuni passanti s’imbarcarono su vetture barcollanti,
già obsolete, si dirigevano verso una specie di basso momentaneo

lo spazio disponibile venne prelevato per alcuni istanti
dal passato furono restituite abituali
forme, rassicurazioni geometriche

diverse zone d’influenza si scissero senza rimedio,
architettando un ambiente fitto (ma privo di qualsiasi conquista) che non saprei descrivere

[porte ovali
aperture immediate,
tramandano scorci, irripetibili
presenti

eccole diffondersi solenni,
si diramano a partire da vertici mai insidiati]

Una di esse si stava avvicinando
saltava i fotogrammi indispensabili a una perfetta comprensione
mantenendo comunque una compostezza ben radicata
senza fatica emetteva già campioni dei mondi che era in grado di avvicinare

Estremamente instabile, conteso da zone d’influenza contrastanti, produssi una sequenza di movimenti disperati, ma evidentemente

insufficienti

a continuare nella direzione principale

Riuscii ad aggrapparmi almeno ad uno degli ultimi spigoli disponibili, mentre molti degli elementi ai quali ero abituato crollarono rapidamente, come se qualcuno si fosse reso conto che si trattava di un grave errore di gestione, o di una realizzazione maldestra

Attorno a me, immerse nella nebbiolina,
viuzze informali che, zigzagando, conducevano con precisione a solidi cofanetti

[…o erano i famosi fortini imbottiti
che avevo intuito in un’occasione?]

piattaforme sospese, sprovviste di utenti, ben impresse nel campo stellare a scorrimento parallattico

quello era forse il momento decisivo
avrei potuto guadagnare una condizione diversa, magari più piacevole…
o un tipo di penzolamento avanzato

(fino ad allora, infatti, avevo soltanto intrecciato i miei pensieri a quelli dell’Albero, subendone gli umori e risultando, così, talmente eterogeneo a tutto il resto da non riuscire a immaginare, se non tracciando vaghe ipotesi, situazioni differenti dalla mia) ingressi