Sex Fair
Vonmurr — Sex fair

Non sapevo dei miei illustri antenati e comunque la realtà che mi era stata presentata dai media non coincideva con quella che mi sarei poi trovata ad affrontare. Prima di poter uscire dalla grotta natia, sbarazzandomi delle attenzioni morbose del bue ma soprattutto di un asinello in chiara astinenza sessuale, dovetti infatti imparare per bene alcuni poderosi manuali. Questo perché, in quell’epoca di audaci sperimentazioni sociali, l’educazione non veniva impartita direttamente dai genitori, noooooo, troppo banale, l’incombenza era bensì lasciata in esclusiva ai testi forniti contestualmente al momento della nascita. In questo modo, dato che i mattonazzi erano universali e per tutti parimenti vincolanti, venivano ridotti i rischi di incomprensione tra le genti (o almeno così si riteneva, ingenuamente). I genitori, quindi, in un primo momento, restavano degli occulti finanziatori, per essere poi introdotti sbrigativamente, e di solito liquidati con maniere spicce.

Subito, a causa del mio sesso, venni apertamente discriminata ed esclusa dai lavori più onerosi, quelli capaci anche di elargire le maggiori soddisfazioni. Passavo le giornate ad ammirare i ruttatori irsuti — muratori e scaricatori erano in cima alle mie preferenze — che facevano roteare, con ineguagliabile precisione ed efficacia, i mattoni e le avveniristiche casse dal contenuto quantomai misterioso. Soltanto i più acerbi fra loro indossavano ancora — più che per pudicizia, per non apparire ridicoli, se confrontati allo strapotere altrui — delle sbiadite canottiere firmate Pomì o Giovanni Fattori in persona. Gli altri mostravano fieramente il loro fisico tormentato dalle cicatrici pulsanti, vistoso ricordo di innumerevoli sfide ed erezioni. Il sudore che sgorgava copioso si adagiava nei profondi tagli, imperlando la cute e gli elaborati tatuaggi di dragoni impegnati in imprese fiammeggianti di sesso. Nonostante la loro pelle si carbonizzasse sempre di più, per la continua esposizione al forte sole della nostra terra, non avevano cura di vestirsi. Anzi. Col passare degli anni e delle mode andavano denudandosi sempre di più, fino a strapparsi essi stessi la pelle a morsi, senza ripensamenti, senza tentennamenti, per dimostrare di non essere inferiori a nessuno, per lampadatura e coraggio.

Questa continua riduzione degli indumenti portò, purtroppo, le autorità a vietare al pubblico la visione dei cantieri e dei luoghi dove questi indicibili prestavano la loro opera. Eroi. Dovetti, allora, escogitare un altro sistema per riempire le mie giornate. Cominciai a oziare davanti alle botteghe degli artigiani ma, sinceramente, finii ben presto per stufarmi. Questi schifosi e insignificanti nani del cazzo, sentimentalmente legati da tempo a vecchie babbione continuamente impegnate a sfornare cibo per comunisti, avevano chiaramente raggiunto la pace dei sensi e i loro gesti — sempre così misurati e pierferdinandi — mi stufavano prestissimissimo. Il loro fisico era perlopiù brutto e sproporzionato. Inoltre, usavano colorarsi con degli spessi strati di vernice fosforescente, per evitare sorprese, affinché risultassero immediatamente riconoscibili nelle botteghe oscure ove si svolgevano le attività artigianali. Le mani, oltre ad essere molto più estese del normale, sembravano in parte indipendenti rispetto al resto del corpo, infatti era ad esse che veniva delegato il grosso del lavoro. Esse erano. Già predisposte automaticamente a martellare chiodi di diverse dimensioni. Con leggeri ritocchi, grazie soprattutto alla meditazione spirituale (almeno così si narrava, ma ci credo poco), potevano facilmente assumere la forma del martello, della (moto)sega. Un’altra seccatura era costituita appunto dal fatto che, nella maggior parte dei casi, risultava assai difficile apprezzare come si svolgesse il lavoro, perché esso avveniva direttamente all’interno dei manufatti.

Feci ritorno, a quel punto, ai cantieri: anche se non potevo ammirare i nerboruti lavoratori, mi era sempre possibile ascoltare i loro ruggiti e quelle esclamazioni così smargiasse e focose. Inoltre, ogni tanto capitava che qualcuno, sentendosi trascurato/sottovalutato, cominciasse a ruttare ad alta voce le sue imprese, burpando orgasmicamente a uno a uno tutti i salvataggi di cui era stato protagonista (e poi tutti gli altri prendevano a imitarlo). Per quanto riguarda i lavoratori dediti all’edilizia, infatti, bisogna ammettere che spesso le loro costruzioni risultavano essere imprecise, per via delle eccessive tangenti, oppure perché la scarsità del materiale a disposizione li obbligava a lasciare, ogni tanto, dei generosi fori, coperti alla bell’e meglio, che costituivano un po’ il loro “segreto”. Capitava, così, non di rado, che essi fossero costretti a recuperare qualche cittadino poco attento, scivolato giù da un terrazzo o da un tetto, precipitato in una di queste “mancanze”. Questo tipo di salvataggi era particolarmente difficoltoso, perché i fori si trovavano inaspettatamente anche all’interno delle abitazioni e quindi i salvatori dovevano conoscere esattamente a memoria la loro ubicazione, affinché l’azione potesse avere una certa efficacia. Ognuno aveva una sfilza incredibile di imprese di questo tipo da ostentare, cosicché non presi neanche in considerazione l’eventualità che si potesse cadere giù e spaccarsi il culo, senza che nemmeno una di quelle strasicure semidivinità intervenisse con prontezza. Decisi, allora, di slanciarmi da un terrazzo, per provare il brivido di essere salvata da uno di loro e venire stretta da quelle mani callosamente sexy, da quelle braccia spermatizzanti… e poi chissà. In un eccesso di ottimismo, senza indugio mi tuffai. Purtroppo, la mia baracca non era opera degli erotomani dei cantieri che, quindi, dal punto di vista legale non sarebbero stati neanche obbligati a salvarmi.