Gli onesti operai di una grande fabbrica sono convocati dai loro dirigenti. Vengono chiesti sacrifici, responsabilità, straordinari non pagati. La rinuncia a diritti un tempo considerati inalienabili, per combattere una crisi che non dà respiro. L’alternativa è la perdita dei posti di lavoro, lo smantellamento totale e irreversibile. Il trasferimento della produzione in Qoolonystan, Lavoratoridove piccoli omini non chiedono altro che di sgobbare trentasei ore al giorno in cambio di frustate sullo scroto e un po’ di noccioline.

I lavoratori ascoltano in silenzio, sofferenti, pietrificati, traboccanti di onestà. Altere le facce, truci gli sguardi, incazzate le espressioni. Inseguono i loro aguzzini, li braccano, li circondano. Uno dopo l’altro, li rinchiudono nei capannoni, imbavagliati. Le trattative hanno inizio, i comunicati si susseguono. La stampa diffonde la notizia, panico nelle borse. La gente è solidale, le istituzioni comprensive. Le sorti dei lavoratori sono importanti, in un Paese civile, la culla della democrazia.

I padroni però non cedono di un millimetro. Malauguratamente, uno di loro muore, il suo vecchio cuore malato non regge a così tante emozioni. I dirigenti vengono rilasciati, la protesta si dissolve. I lavoratori sono dimenticati dai media, le istituzioni hanno altro da celebrare. Gli operai vengono incriminati, poi assolti, dopo una lunga battaglia legale. L’azienda intanto effettua tagli per migliaia di posti. Gli esuberi scendono in strada, non più in grado di sopravvivere, di mantenere le loro famiglie.

Stupendamente nudi, bloccano il traffico, occupano gli edifici. La loro onestà risplende indiscussa davanti alle telecamere chiamate a dar loro voce. Per un attimo tutte le differenze si annullano, il Paese si commuove, si stringe intorno agli operai con un cuor solo e una voce sola. Il Governo promette che farà qualcosa, i sottosegretari si sbilanciano. Gli esuberi allora tornano a casa, malridotti ma fiduciosi. Ma il tempo passa e non succede nulla. Allora sono di nuovo lì, randagi sotto la neve e il solleone a occupare le piazze e gli stabilimenti, appollaiati sui tetti.

Eccoli di nuovo intervistati, forse il Governo appena eletto potrà fare qualcosa, con i suoi nuovi ministri, i sottosegretari più capaci. Gli esuberi tornano nelle loro abitazioni, ma trovano solo sfratti, mobili pignorati, bollette non pagate. Le mogli e le amanti fuggite via, i figli piccoli dimenticati davanti alla pleisteiscion, agonizzanti. Li piangono disperati, bestemmiando in lingue prima sconosciute, e meditano una nuova forma, più estrema, di protesta. Dopo averli macellati sbrigativamente, se li cucinano alla griglia con un rametto di salvia e rosmarino, come alle feste dell’Unità, offrendo assaggi della loro scellerata sofferenza ai passanti. Perché ormai non hanno più nulla da perdere, nulla da mettere sotto i denti.

Gli esuberi vengono arrestati, ma la società civile si stringe intorno a loro, sprigionando solidarietà. Le istituzioni si dichiarano molto scosse e comprensive nei confronti del loro dramma professionale, ma anche umano. Le telecamere impazzite tornano a inquadrarli da mille angolazioni, come una volta. I TG amplificano il dolore delle loro affermazioni. Il Papa lancia un appello. Il Governo, si dice, presto farà qualcosa.