Naturalmente avevo completamente rimosso costui e il suo effimero successo di una quarantina di anni fa e ho preso a occuparmene in seguito al recente articolo su Ivan Graziani (Qconcert e relativo tour con lui e Ron, che tempi). Sul suo sito, ancora in piedi, spinge i passanti a interessarsi a tutta quella corposa parte della propria discografia sconosciuta, a suo parere assai più meritevole (ma siamo in zona oste e vino) dei quattro o cinque pezzi un po’ frivoli di inizio carriera che possono essere ricordati con un certo sforzo dalla frangia più attenta del pubblico dei nostalgici. Riguardo a un album di questi più raffinati addirittura dice che gli sono rimaste in magazzino solo otto musicassette, svende tutto a prezzo modico, le spese postali ce le mette lui (si vuole rovinare). Non può più farlo per ovvie ragioni (è morto qualche mese fa, picco di interesse dei media, che dicono tutti precisamente le stesse cose, poi il nulla). Nonostante tutta la fatica per riguadagnare popolarità con i social, o almeno ritagliarsi una nicchia, non sembrava riuscirci tanto, molte compulsive richieste d’aggiunta su Facebook ma poi gli stessi utenti in cerca di amicizia gli chiedevano smarriti chi fosse e perché avessero premuto quel tasto. Su YouTube metteva video didattici – era un virtuoso fatto in casa del fingerpicking, l’elemento caratterizzante e portante del suo cantautorato e che a mio avviso lo rende meritevole di un ascolto – e altri costruiti artigianalmente da lui e gli andava meglio, non di così tanto però. Non date retta alle biografie ufficiali che leggerete, lì si dice che io abbia collaborato con Tizio e Caio, leggete la mia nella quale dico la Verità. Cioè che, effettivamente, ho collaborato con Tizio e Caio, ma a rovinarmi sono stati (ebbene sì, rullo di tamburi) i politici. Capirai, per me al massimo sarà successo che per la sagra della Beata Vergine degli arrosticini di Casalcaciotta Adriatica invece che invitare lui, come gli aveva fatto subodorare in via confidenziale l’assessore allo Sport, poi silurato all’ultimo momento per dissidi con l’UDC locale, alla fine il cachet se lo sarà pappato Little Tony, costretto peraltro a smezzare con Jimmy il Fenomeno, al quale già un consigliere comunale aveva promesso qualcosa. Cose così. E naturalmente le case discografiche (malvagie ecc.) gli avranno chiesto di fare Ehi ci stai 2, la vendetta se voleva continuare a essere pubblicato ma lui ha rifiutato perché non è uno che si pieghi a queste cose, pfui.

Mi piacciono queste piccole e oscure storie di decadenza e il suo modo di porsi in questa sua seconda vita, da utente qualunque dell’internet operosamente alla ricerca di visibilità, svanito il miracolo. Purtroppo la condivisibile razionalità del suo approccio didattico (il cervello inizialmente si rifiuta di imparare le cose, ma voi insistete) cozza con altri aspetti della sua narrazione e con quel video di Di Battista sciaguratamente condiviso. Ma vabbè, alla fine sempre di spremute d’umanità, in qualche modo, si tratta. Avrei voluto trattare uno di questi nuovi dischi che avrà ascoltato solo lui, alcune cose qua e là mi sembrano effettivamente (forse) valide. In particolare ce n’è uno assai ambizioso con lui che blatera cose cantautoriali standard (sapete quando i cantautori si mettono a blaterare le loro cose, yawn) con sottofondo jazz qualunque, l’operazione non mi ha catturato molto. Direi meglio i concerti nei paesini in cui ci sono solo lui e la chitarra fingercosata. Per questo partiamo con ordine, dall’inizio. Ehi ci stai è il brano dal taglio decisamente giovanilistico (sempre con pretese poetiche qua e là, s’intende) fatto per lanciare furbamente il disco, sperando che la gente poi si sarebbe accorta che esistevano anche gli altri pezzi, e invece. Inutile dire che con una roba del genere, quasi anticipatrice della scostumata hit della Steve Rogers Band e fastidiosamente paracula (vuoi scopare, ok, comprensibile, dillo e basta, non c’è bisogno di mettere su ‘sta specie di spot degli assorbenti in salsa anacreontica) le nazifemministe oggi ti verrebbero a prendere istantaneamente a casa e tanti saluti al giusto processo. I pezzi sono pochi, tutti contraddistinti da versi che non gliela fanno a piazzarsi nella Serie A del cantautorato italiano, ma nel complesso, considerato quello che propongono gli avversari, si fanno una più che dignitosa Serie B. L’impressione è che Kuzminac si sia portato appresso un po’ per tutta la carriera quella sindrome di inferiorità dei suoi primissimi anni, quando stava per far ascoltare una sua nuova canzone a De Gregori e gente così che bazzicava l’ambiente ma poi ci ripensava perché questi, puff, gli alzavano in faccia all’improvviso i loro irraggiungibili pezzi appena sfornati. In qualche caso (Margherita si sposa) si ha l’impressione che chi ha scritto i testi soffra orribilmente a causa della cronica carenza di parole tronche tipica della lingua italiana. Stasera l’aria è bella (potrebbero venirmi dei pensieri) è un concetto naïf che mi appartiene, cioè probabilmente avrò scritto anch’io in gioventù qualcosa di molto, molto simile, un po’ come il mio coinquilino della casa sulla Tuscolana che aveva fatto L’amante di Lady Chatterley ma poi ha scoperto che, pazzesco, qualcuno gli aveva fregato l’idea. Davvero un buon pezzo, comunque (sì, in realtà è il singolo anticipatore, lanciato già nel lontano ’78 e bla bla). Poi ci dev’essere qualche brano più agreste, lento e poetico, con gli archi, arrangiamenti semplici ma d’effetto. Quella spiritosa sulle Ferrovie dello Stato immagino sia definibile tecnicamente come un filler, ma mi sta molto simpatica, abbasta con ‘sti cantautori comunisti fatti con lo stampino, giusto invece denunziare con forza le storiche, croniche carenze e inefficienze del servizio pubblico.