Campetto (2007 re-release) Giocavamo ai soldatini per le scale di casa sua.
Uno ruzzolò giù, scoordinato.
L ‘ I N S E G U I M E N T O .
Ma la mamma maniaca dell’igiene l’aveva già spazzato.
Fagocitato, e procedeva oltre su per la scala, instancabile.
Vogliosa di nuove pulizie.
Sempre più ambiziose.
Tipo pulire la casa del Re.
Quella donnina risucchiava tutti i nostri soldatini.
E QUEI REDUCI CADEVANO SENZA DIFENDERSI NEANCHE UN PO’?
M A R T I R I O .
Quello senza una gamba, il sergente marrone nell’animo, in un angolo.
Rimaneva quasi APPESO in una posizione stupidamente eroica.
T E R R O R E .
La befana stava per oltrepassarlo, per dimenticarlo.
S I L E N Z I O .
Richiamata in avanti dai suoi doveri fondamentali, tipo.
Fare le righe ai pavimenti per la milionesima volta.
Combattere lo sporco imbattibile sulle piastrelle del bagno.
Disinfettando duramente, disinfestando.
Lucidando (anche la figa) in profondità.
Probabilmente inutilizzata.
Trotterella, e poi l’ultimo sussulto prima di scomparire dietro la porta.
La schiena che si curva e si proietta all’indietro in un nanosecondo.
Elastica come nei cartoni animati di Hanna & Barbera.
Lo fredda con un ultimo colpo di scopa.
Chirurgica inappuntabile stramaledettissima stronza.

Soldatini antiaerea
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Sul teatro sinistramente sgombro vennero eseguite le famose marcette militari di Elgar.
Forse eccessivamente gioiose e disinvolte per il nostro stato d’animo.
Ingobbiti, pachidermici, ci fissammo.
Senza parlare mi domandò se volessi giocare al bigliardino che gli avevano regalato, quello con le calamite.
Questo gioco non aveva mai riscosso un grosso successo tra le popolazioni.
Per recuperarlo fu necessario rivoluzionare mezza stanza.
Anche qui l’atmosfera era desolante, perché sul campo di calcio ormai brullo giacevano dei giocatori.
Del tutto sradicati dalle postazioni sulle quali ecc., e perciò risultavano quasi inservibili.
Perdipiù, il pallone magnetico non si trovava, i colori delle casacche non consentivano di formare squadroni omogenei e.
Provammo a giocare anche in quelle condizioni disperate, ma dopo un po’ fu chiaro a tutti.
Quella situazione era troppo penosa e deprimente, di comune accordo sotterrammo il bigliardino.
Non lo rividi mai più.
In quel momento entrò il nonno che, con fare spigliato e giovanile, tirò fuori i suoi giochi del ’15-’18.
Ovviamente esaltandoli a dismisura contro ogni logica o decenza.
Nella maggior parte di essi si trattava solamente di stare lì, ad aspettare.
Ci si barcamenava attraverso una quantità sconsiderata di opzioni, sperando che le proprie scelte generassero qualcosa.
Un esito positivo, o più che altro un qualunque esito.
Gianluiggi non lo seguiva più già da parecchio, del resto conosceva ovviamente molto bene quel vecchio rincoglionito.
Ed era capace di risolvere tutti i suoi giochi d’abilità in modo rapido, con qualche furberia non proprio regolamentare.
Afferrò invece una palletta da tennis e cominciò a sferrarla ripetutamente contro il muro.
La colpiva furiosamente con la testa, gli arti e altre parti del corpo.

Soldatini Seconda guerra mondiale
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Il nonno faceva pressing su di me, col suo alito, con i suoi giochini indifendibili.
Con le sue cazzate da ottuagenario miracolosamente sfuggito alla reclusione, al ban a vita in qualche strano ospizio.
Io concentravo la mia attenzione su un’impressionante pila di giornaletti alla quale non avevo un accesso semplicissimo perché.
Questi giornaletti narravano, con disegni spesso amatoriali e ruspanti interviste, le gesta — che parevano antichissime, quasi mitologiche — dei giocatori che avevano preceduto Platini, e io ne ero praticamente soggiogato.
Una volta c’era anche un fumetto in cui Pippo si scopava Minnie, e poi Clarabella, e Orazio, o Paperoga, o tutt’insieme, ma chissà.
Il nonno intanto diventava sempre meno attivo fino a scolorirsi, grigiastro sullo sfondo.
Mentre sempre più nitide si facevano quelle azioni ingiallite che riuscivo a decifrare con voci e odori, a modo mio.
Gianluiggi, intanto aveva preso a dare mazzate sempre più violente, asportando brutalmente intonaco, pezzi di muro.
Anche le dimensioni della sfera sembravano essersi deformate-decuplicate.
Un po’ come nei cartoni giapponesi, insomma, con la differenza che qui era tutto vero.
A un certo punto, uscii dalla mia ipotetica situazione ipnotica.
Non riuscivo più a pensare per via di quel martellamento a pochi centimentri, asfissiante.
La cosa incredibile era la regolarità e la precisione di quel battito distruttivo.
Stranamente, nessuno interveniva, non il nonno ormai esaurito/prosciugato, né la donnina che aveva scopato tutto.
E nemmeno qualcuno di quei soliti vicini di casa incazzosi tamarri merdosi con le mestruazioni.
L’accelerazione svanì e mi ritrovai il suo muso in una strana prospettiva incollato al mio, le sue parole molto umide.
Mi diceva di andare in cantina… sì, vai, vai in cantina, a giocare con i girini.
Laggiù trovai (perlappunto) la vasca con i girini, molto più vispi e grossi, e feroci, di come me li ricordavo.
Al più grande, chiamato Ciccio, incontenibile, era spuntata forse prematuramente la terza zampa ed era ormai un individuo del tutto indipendente.
Mentre un’ombra da dietro disperatamente alzava la scopa intonando “DISGRAZIATIIII!

Soldatini
scadwars — 09

Abbandonando la postazione con delle sgommate.
La nostra attenzione fu richiamata da un soldato inglese che aveva atteso in una nicchia, ferito.
Con una smitragliata convocò i suoi compagni tramortiti… infreddoliti nel secchio della spazzatura.
La bandiera del Regno Unito appariva particolarmente lacera, unta e sbrindellata.
Il soldato doveva essersene accorto perché cercava disperatamente di occultarla sotto l’ascella verdognola e insanguinata.
Noi provammo a consolarlo in coro, ma la donnina.
Illusoria, provvisoriamente rimpicciolitasi (senza preavviso).
S’impadronì dell’aereo a reazione avversario, volando radente il muro, lo eliminò con una sventagliata di colpi.
La pulizia etnica nei confronti dei soldatini dal colore invero poco nobile sembrava inarrestabile.
Tentammo di imprigionarla nel retino che usavamo per pescare i girini, ma quella lo bucò con noncuranza.
Con un loop invidiabile si avvicinò al secchio/fortino avversario, gettandovi disinvoltamente una smart bomb intelligente e profumata al limone, e rimosse così gli ultimi, residui nemici dell’igiene in circolazione.
Dopodiché, discese dall’improvvisato trabiccolo, gradassa e invincibile, per sollevare al cielo, come un trofeo, lo spazzolone compagno di tante battaglie, facendolo mulinare a lungo in segno di vittoria.