Mi affacciai alla finestra, risvegliato dall’odore. Inebriante, ottundente. Insistente, potentissimo. Particelle subatomiche, puzzle di umanità carbonizzata venivano a me, saltellanti. Salivano gioiosamente, ricamando eccitazione sulle mie papille. Mi sporgevo sempre più incurante del pericolo, quasi completamente esterno. Richiami inalberati dei parenti, annoiati in lontananza. Mi acciuffavano mani, artigli di dubbia provenienza. Bicicletta in fiamme
http://forgetyourdream.skyrock.com/ – Fire
Intanto lo vedevo, dalla finestra, si avvicinava. Più enorme, più importante a ogni passo. Ne distinguevo gli angoli, il perimetro sempre più nitido e sicuro.

Alto, abbronzato. Scolpito, mobilissimo. Efficiente, invincibile. Cibava il suo giocattolo da combattimento, lo accudiva come un pargolo. Non riusciva a frenarsi, sconsiderato, stipato nella sua corazza. Straripante di certezze, dava sfogo dal fondo ai suoi più beceri e onnipotenti istinti. Manichini lo schivavano disgustati, con le loro smorfie, barcollando su gambe tremule e storte. Goffi, piccoli. Inermi, sbagliati. Fuggivano nei caffè deserti, mulinavano arti a più non posso con un terrore impareggiabile stampato negli occhietti spalancati. I nemici giacevano lungo le strade, inanimati, rifiuti. Vinti, annichiliti. Semplici passanti, mucchietti di ossa e cenere offerti a divinità inesistenti nei viali alberati. Statue urlanti, giochi di fuoco, orribili flambé girovaghi. E nient’altro che delirio, morte e amputazioni.

Venivano chiamati medici, venivano invocate ambulanze. Vagoni bianchi capientissimi, conducenti distratti o assenti, investivano. Crocerossine, sbadatamente, spaventapasseri in fuga, insensata, in fiamme soprattutto. Grandi dottori bianchi discutevano il da farsi in piccole nicchie con i loro assistenti, infervorati. Medici, infermieri, barelle si scambiavano di posto, rischiarati dai falò, altissimi, allucinantissimi. Si alternavano, ruotavano freneticamente, senza un perché. In un folle tratto di strada, che forse non era, picchiava sempre il forte sole esterno. Ora però minacciato da nubi, veleni neri che si estendevano, onnipresenti.

Decisi di scendere per andare a fondo, per esaminare la situazione da vicino. Mi sentivo in dovere di farlo, squarciare quel velo, per qualche motivo. Esplorare, toccare. Importante, sì. Tutto era macello fumante, senso di abbandono, normalità, dolore alla griglia. La mia sensazione d’impotenza, superflua. Ai lati erano posizionati regolarmente degli idranti d’oro, abbacinanti e inutilizzati. La strada era lunghissima, apparentemente senza fine. La polizia ormai sconfitta, o rassegnata. E l’impressione generale era che, proseguendo semplicemente dritti, si potesse raggiungere la soluzione (o perlomeno un qualche suo surrogato). Alcuni ci provarono, in fila indiana, ad andare. Probabilmente sarebbe stato sufficiente anche solo qualche minuto di ferrea determinazione per abbandonare quella trappola, disperati ma intatti.

In pochi istanti furono raggiunti, travolti, inceneriti davanti all’uscita. L’abbrustolitore ebbe la misericordia di porre fine alle loro sofferenze, dilaniandoli brevemente con i suoi arnesi terreni. Ma quelli, come per vendetta, cominciarono a rinascere e a moltiplicarsi, per assediarlo, tendergli agguati. O almeno questa era l’impressione. Rispuntavano fuori da ogni parte, come funghi di fuoco. Ora incupito mirava in alto, agli escrementi che attaccavano, penzolanti, fastidiosi dal soffitto blu, elicotteri o divinità oltraggiate. Ma neanche lo spettacolo guerreggiante di queste allucinazioni riuscì a placare coloro che gli ronzavano attorno, sempre più invadenti e bisognosi di cure. Il piromane fu fermato dal loro abbraccio primitivo, circondato da quell’inevitabile e incontenibile affetto dal sapore Mulino Bianco. Coinvolto nel girotondo dei corpi ciechi, incendiari, che danzano senza sosta e continuano a illuminare il mondo.