L’atmosfera irreale, e forse anche un po’ postnucleare, di quei giorni. Il negozio tutto a un euro improvvisamente defunto, senza un perché. Al suo posto, la solita (come trattenere l’entusiasmo) pizzeria. Non dovrei entrare ma gli aromi mi ipnotizzano, molesti. Seguo le scie chimiche di fritture antiche e malsane, oli di ottava mano, del motore, serviti e amalgamati da un bot orientale dai capelli che più bisunti non si può. PizzapazzaPenetro gradasso e affamato con aria di sfida. Mosche verdi, blu e marroni di medie dimensioni muoiono indisturbate sulle pietanze. Prendo di mira la pizza stronzi e mozzarella di bufala del XVII secolo, perché sembra la cosa di gran lunga meno impossibile da digerire. C’è una fila, devo aspettare. I porci comodi di persone tonde, forzitaliote, orribili. Ma un signore sui cinquantasette anni, tre menti e sei giorni cerca di sopravanzarmi. Si vede dal suo naso adunco da laziale, dal suo panzone prominente, dalla sua atavica strafottenza. Sta puntando la mia stessa pizza, desidera quelle medesime, infelici, nutrientissime molecole che dovrei, che meriterei di azzannare io, diciamolo. Il pizzettaro si volge verso di noi, scattoso e sempre più giallo. Stravolto e rincoglionitissimo da dodici ore di schiavitù ininterrotta non ha la minima idea dei nostri pensieri, della fila, della figa, della Finanziaria di Tremonti, dei moti di rivoluzione di Plutone, prot. Tutto gli sfugge mentre cerca di bannare le mosche che cadono esauste, che nevicano in slow-motion nei piatti, ancora e ancora. Il grasso e poco evoluto essere estrae il ditone unto e schifoso dalla tasca per indicare sicuro la pizza desiderata, emettendo versi indegni e incivili. Con un passo mi relega nell’universo dell’invisibilità, all’inferno del quale ogni azione è vana e faticosissima. Ma brutto peracottaro burino del cazzo, gli faccio, afferrandogli con forza il dito, il naso, l’avambraccio, torcendoglieli e scaraventandoglieli nello sconfinato deretano, ma è solo un’illusione. Il porco immondo balza deforme e antichissimo verso il bancone, risponde alle precise domande dell’omino scattoso che gli affetta la pizza, gliela piega, gliela porge, emettendo educatamente scontrino fiscal, i suoi arti unti e bitorzoluti vanno per afferrarla ma c’è un ma. Le mie dita le mie mani da pianista masturbatore mancato, le mie falangi tozze, leste, agili, irrequiete, stronze s’insinuano tra le sue e il farinaceo conteso, in definitiva glielo sottraggono maramalde, dipingendo sul suo volto da alcolista l’ottusità, la rabbia, lo stronzore. Mi si avvicina con violenza, esigendo ispide spiegazioni, ora si volta incredulo verso il robottino che si ripara disperato e alluvionato dal catarro degli sputi. Fuggo con la pizza, inseguito, minacciato, invidiato, innalzo il cartone al cielo come un trofeo. Attraversando la strada di corsa percepisco uno strano, indefinito, mostruoso urto alle mie spalle. Il rumore di un avversario più lento e fesso di me che si spappola sull’indifferenza metallica di un autoarticolato bianco accecante, piovendo materiale biologico, bulbi oculari e viscere sull’asfalto, sui marciapiedi, sulla gente, ovunque, nel tripudio dei gatti che abbandonano felini i loro loculi. Rincasando, li vedo leccarsi chirurgicamente i baffi con aria soddisfatta, sognante.