Giulio se ne stava chiuso in casa a masturbarsi ininterrottamente da oltre sei mesi quando la polizia fece irruzione. Un agente dal fisico asciutto e dai lineamenti mediterranei, baldanzoso e munito di manganello regolamentare, lo sorprese sul WC intento a scrutare video di YouPorn, e così lo arrestò. Giulio non oppose resistenza, era evidente che spippettarsi con quelle modalità Cazzo gigante
permanently scatterbrained – this is a giant cock
e quel furore agonistico non fosse del tutto giustificabile nell’attuale società, con i suoi canoni un po’ ammuffiti e profondamente radicati nel subconscio delle genti.

In un mondo civile ci sono ben altre priorità ineludibili da assecondare: la scuola, le bollette, il lavoro, le faccende di casa, i rapporti sociali, le partite, Telethon, X Factor, i regali di Natale, l’ultimo film di Tim Burton, le accese riunioni di condominio, il cane da pisciare, aggiornare il blog. Cercare di sfuggire a questi doveri senza nemmeno sforzarsi di fornire uno straccio di motivazione plausibile a conoscenti, amici, familiari, vicini di casa e autorità competenti è ovviamente percepito come moderatamente inaccettabile. I poliziotti per non saper né leggere né scrivere coricarono di mazzate l’omino, non trascurando di massaggiargli per benino ogni singola cartilagine e di scolpirgli accuratamente la scatola cranica.

Giulio aveva appreso la raffinata arte della non violenza quand’era giovane guardando un corso in centottantasei puntate comperato in edicola e tenuto dal Dalai Lama in persona, ma anche se non l’avesse seguito non sarebbe cambiato un cazzo, tanta era la foga con la quale ci davano dentro gli agenti (sempre più numerosi, altri ne venivano invocati dalle retrovie, palestratissimi). Sembrava proprio che la realtà esterna, con i numerosi e attivissimi individui che la popolavano, non riuscisse ad accettare il fatto che a Giulio piacesse semplicemente passare la vita davanti al suo PC con il pene perennemente inturgidito in mano a sfinirsi di seghe, fantasticando di pornodive sconosciute o casalinghe dalla dubbia moralità che non avrebbe mai incontrato, e che comunque non avrebbe avuto il carisma o la prestanza per.

Trasportato semivivo nella casa circondariale più vicina, l’omino venne inizialmente dato in pasto agli assistenti sociali, che si dimostrarono ben presto inorriditi dalla sua conclamata miseria morale e culturale. La rieducazione apparve subito un compito particolarmente ostico, quasi disperato, dato l’assurdo disturbo ossessivo-compulsivo dell’ormai abbrutitissimo essere, capace di esprimersi solo attraverso gesti primitivi e orgiastici grugniti liberatori. Giulio non manifestava più interesse a intrattenere rapporti di alcun tipo con i suoi simili, a meno che non fossero giovani, procaci e disponibilissime fanciulle confinate nella dozzinale e impalpabile dimensione immaginaria dei porni. Era chiaro che la società non potesse più tollerare a lungo un simile, palese, reiterato affronto.

Il caso fu ufficialmente riaperto con un pretesto dai magistrati statalisti. Sopprimere il paziente, scomunicarlo definitivamente o condannarlo alla pena eterna sarebbe stato forse eccessivo e avrebbe sancito una sconfitta del sistema e delle sue regole più o meno scritte. Bisognava individuare il vero colpevole di siffatta decadenza, la mente criminale, la causa prima di tanta sporcizia interiore e spirituale, e punirla draconianamente; mantenendo nel contempo Giulio in vita, libero di testimoniare al mondo la sua redenzione e di tornare a essere felicemente schiavizzato dal buonsenso comune, come ai bei tempi. Fu così che i giudici decisero che l’unica soluzione possibile fosse quella di separare chirurgicamente l’omino dal problema che lo affliggeva. Il maniaco venne assolto e immesso in libertà, mentre il suo bollente e infaticabile organo sessuale — dopo un processo farsa nel quale vennero sistematicamente ignorati testimoni e periti, e rimasero inascoltate le intercettazioni presentate dalla difesa — fu condannato alla più cruenta delle pene.