ToroIn quel periodo la pleisteiscio non era ancora stata inventata, e aggeggi infernali come i videofonini per filmare gli stupri in classe da mettere su YouTube non erano nemmeno immaginabili. Per questo stavo sempre fuori a lungo, ore e ore ad annusare l’aria. I pomeriggi li trascorrevo con un mio amico minuscolo a lanciare macchinine contro il muro (ovviamente per stabilire chi fosse più duro), pochi suoni. Oppure ai piedi della palazzina di marzapane dove vivevo, mentre i vicini mi sfilavano accanto, indifferenti e regolari. Sentivo qualche commento lontano. Se il mio amico non veniva, mi appostavo su uno degli scaloni di cemento lungo la discesa che porta ai box delle macchine, provando a ripetere le boccacce spastiche che avevo ammirato da un artista sui banchi di scuola. O altre espressioni singolari.

Un giorno, fui scoperto da un ragazzino che abitava nel palazzo di fronte e trascorreva, direi, molto del suo tempo oziando nel balcone di casa sua. Aveva una facciotta sproporzionata, a tratti incivile, addobbata con orecchie dalle fattezze per me insensate, la bocca penzolante, il naso malvagio e prominente. Mi pareva di averlo conosciuto giocandoci insieme su di una spiaggia quasi marziana e avvolta dal silenzio, millenni prima, all’inizio della mia esistenza suppergiù. Non appena si rese conto della particolarità di quello che stava accadendo, emise dei suoni precipitosi, come per fagocitare qualcosa d’importante; rimasero fastidiosamente sospesi a grattare l’aria ancora per qualche minuto. Io, invece di ritirarmi, cominciai a inventare una serie di nuovi effetti speciali, ancora più eccentrici e irriverenti, a produrli con insolenza e fracasso, appositamente per lui. Da allora, prese l’abitudine di contemplarmi a lungo, con un’espressione di artificiale stupore, o di sincera idiozia, trincerato dietro le tendine del balcone o difeso da piante di inumane dimensioni.

Nei pomeriggi successivi, divenne molto più intraprendente, cominciò a convocare spesso un suo amico abbastanza insignificante perché mi desse un’occhiata. Lo trascinava sul balcone per una manica. Timido e grassottello, quello si copriva il volto con la mano. Inquadrato vagamente lo scenario, l’amichetto si ritraeva all’interno dell’abitazione, mentre il piccolo boss della mia fava rimaneva fuori ancora per diversi minuti, a rispondermi con dei versacci. Mi sembrava che mi trovasse allo stesso tempo inaccettabile e divertentissimo, quasi zoologicamente interessante. Vomitava autentici deliri su di me, senza neanche affaticarsi a srotolare i suoi pensieri, le sue proposizioni. Alle volte si proiettava quasi completamente fuori della ringhiera, per colpirmi con più intensità. In questi casi, un genitore o la nonna, estremamente autoritaria, intervenivano a sradicarlo, senza degnarmi di un’occhiata.