Dumped — Angelique Brunas

in un vicolo male illuminato
mirko mi spinge per violentarmi

stesa in un angolo lo vedo bene
lo estrae con accuratezza
lo fa mulinare solennemente
vorticosamente
ci gioca gli fa le coccole
sento già l’odore
sento il sapore
ce l’ho in bocca tra le cosce

uno solo

ma i peni sembrano mille tanto lavora con efficacia
mi strappa da terra sradicandomi
mi perfora mi umilia
grandeggia con la luna sinistra sulle spalle
è massiccio e quasi senza volto, racchiuso nella sua giacca di pelle nera
lascia trapelare solo quella sua erezione rossastra, impronunciabile, incoronata da fiumi di serpentelli pelosi luminosi

un pensionato osserva tutto dal suo balcone
ben appostato, nulla sembra sfuggirgli
un altro, incastrato in una nicchia poco illuminata, si masturba tutto tremante
mirko mi solleva con le sue tenaglie
mi scaraventa contro il muro della casetta in rovina
da dietro il portone sbottano, c’è chi protesta
allora mi risolleva e mi scaglia chilometri più in là, sul cassonetto
mi sperona, insiste con forza, imbizzarrito
saltelliamo all’indietro, spostando il grande raccoglitore
lo facciamo viaggiare velocemente sulle rotelle, mentre lui mi prende con l’accanimento di un toro reduce da anni di dure battaglie, nelle galere

alla fine, sprofondiamo tutti e due proprio dentro al cassonetto
mentre lui ha un orgasmo lì, tra le cose morte

[mia madre è in attesa a casa, fiduciosa, conosce i genitori di mirko, gente per bene]

rovista nei sacchetti dell’immondizia, trova carote, utensili
cerca di stivarmi dentro chissà che cosa
di esplorare in profondità

stiamo in silenzio a lungo, per la puzza, riflettiamo sull’impatto precedente
ancora imbarazzo, dopotutto non ci conosciamo

[era la prima volta che uscivo con lui, una delle prime sere che i miei mi consentivano di rincasare tardi…]

lo sento ansimare nascosto nel ciarpame, finalmente disattivato
gli fa eco il rantolo di un vecchio sul balcone: mentre viene, si rattrappisce tutto fin quasi a scomparire

altri occhi addosso?

mirko se ne sta lì tutto ricurvo
giace annodato, fumante
senza volto, lo sguardo perso, le mani ancora infilate al calduccio
nel sacchetto
degli ortaggi
(dentro me?)
me ne libero, cerco di sgattaiolare fuori dal cassonetto tutta sdrucita
mi accorgo solo ora dei segni e della prepotenza
dei suoi morsi profondissimi

camminando piano riesco a raggiungere il portello dell’astronave
ma è solo la mia macchina che lampeggia
la faccio partire
sbaglio strada
naufrago