La stazione era satura di odori e offerte luccicanti di ogni tipo, mentre l’accattonaggio vivacchiava ai lati. Un flusso improvviso di corpi pelosissimi e malvestiti intasò i corridoi proprio al momento dell’arrivo del mio conoscente. Un gruppo di stranieri lo conteneva come un ripieno, bufali biondi nordeuropei. Mi travolsero, spedendomelo tra le braccia col suo bagaglio tanto fighetto. Mi salutò senza spettinarsi particolarmente, come invece era uso nella vecchia compagnia dalla quale provenivamo.

Si era soliti enfatizzare i saluti e, in generale, ogni minimo contatto tra i membri della comitiva, credo per coprire una certa carenza di effettivi rapporti umani.

Era stato ad Atrhvnsbskzhin, Pyrolrtyoynodnf o sa il cazzo in quale impronunciabile località troppo lontana per il mio culo e le mie possibilità. Popolata da gente che sicuramente, questo fu subito evidente, non doveva averlo digerito del tutto. Aveva poca voglia di raccontare del suo viaggio, si agitava scompostamente, e arbitrariamente, quasi offeso di avere solo uno come me che lo venisse a pigliare. Gatto Papere
mr moor – I beg your pardon
I suoi continui commenti bavosi intorno alla gente che passava mi irritavano.

Dopo averlo assecondato un po’, finsi di non sentire per non essere costretto ad abbatterlo a calci rotanti nelle gengive. Lo diedi in pasto alla metro senza tante cerimonie, costretto a illustrargli concetti e consuetudini di fin troppo ovvia comprensione per qualsiasi organismo eucariote degno di tal nome.

Lo introdussi in casa mia, ma anche qui faticava ad ambientarsi, non solo tra gli individui che la arredavano in quel momento e che gli erano geneticamente del tutto dissimili. Sembrava non trovarsi in sintonia proprio con quelle pareti stivate di simboli e unte di allegorie, lo sentii protestare in bagno per oscure ragioni, e poi chirurgicamente evitato dai sacri felini. Ero quasi sul punto di impacchettarlo e rispedirlo al mittente, tantopiù che mi sembrava di non vederlo da ancora più tempo di quanto non fosse in realtà.

Improvvisamente, si presentò una tizia che abitava nei paraggi alla quale avevo indicato il mio loculo qualche sera prima quando, in un’atmosfera decisamente insalubre e semidefinitiva, mi era stata presentata da orribili metallari. Aveva un modo di fare a sobbalzi particolarmente intrigante, appetitoso. Ogni tanto si spegneva, per poi riattivarsi in modo istrionico e pungente. Non mi sarei mai aspettato di vederla citofonare così presto, tantopiù che di lei non sapevo niente, non ne avevo appuntato in alcun modo l’email, né le misure.

L’avevo salutata praticamente stecchito, sperando di rivederla, chessò, dal tabaccaio o dall’ortolano. Simulando sorpresa, sarei allora stato costretto a sciorinare prontamente tutte le mie tecniche di seduzione (che risalgono ai campeggi del ’53, solo sporadicamente introduco qualche innovazione, dopo lunghe sofferenze meditative). Sarei riuscito a dimostrarle di essere un ometto di un certo livello in grado di garantire la corretta prosecuzione della specie, e menate simili? Immagino di no, ma non si può mai sapere.

Aveva addomesticato un paio di amiche che recava con sé. Una via di mezzo fra rassicuranti animali da compagnia e dame elfe tascabili in grado di riaccendersi a intervalli regolari tanto per condividere uno scherzo, amplificare una risata. Lei era molto più oblunga delle altre, anche fisicamente, affusolata. Si trovava perfettamente a coincidere con il disordine mentale della casa.

Sparpagliato qua e là, trovava qualche pezzo, un album di foto, un saggio di stronzologia orientale, un gatto dimenticato da onorare con commenti che mi lasciavano disorientato. E che cercavo disperatamente di completare, come se fossero spiazzanti pezzi di puzzle senza precise delimitazioni logiche o spaziotemporali. Le sue ancelle provavano pure a imitarla, sollevando polimini senza convinzione, rigirandoli affannosamente. Ma non avevano alle spalle lo stesso allenamento interiore di lei nello svolgere quelle dubbie attività, il sapore dei loro commenti era molto più scadente.

Addirittura, a un certo punto cercarono di entrare in comunicazione con il mio conoscente che giaceva accantonato. Lui rispose provolandole nel più kafkiano dei catanzaresi disponibili, senza curarsi di tradurre in un linguaggio del corpo meno cafonal gli stessi gesti che avevo visto e subito troppe volte. Quelli brevettati dai trendisti modaioli indefessi figlidi con le unghie dei mignoli extralarge dei quali amava circondarsi festosamente. Cercava anche di ottenere il consenso della fanciulla principale, ma questa, poco interessata ai suoi argomenti ruspanti da caserma, replicava dura, squalificandolo con sentenze sibilline.

L’idioma allora si ritraeva scottato, fissando come una nonnina di paese l’andirivieni dei lavori in corso fuori della finestra, limitandosi a emanare ogni tanto squarci di barzellette razziste da dietro le quinte. Alla fine, per educazione, le dame di compagnia finsero di appuntarsi il telefono o l’indirizzo del posto in Culandia dove sarebbe andato a vivere per un certo periodo, promettendo che gli avrebbero scritto o cosa. Mah…

La ragazza principale continuava, intanto, a penetrare la mia casa come se le sue difese fossero di burro. Quasi incurante degli abitanti delle varie camere che, dalla loro postazione, la salutavano con la zampina non cessando di espletare le laboriose attività nelle quali sembravano affaccendati.

Senza cedimenti, continuava psichedelicamente a dare spiegazioni esaustive e non richieste sulle reliquie che rinveniva lungo il cammino, sulla casa come l’avrebbe modificata lei, rivolgendosi non ho capito se a me, a una generica e adorante platea o a se stessa.