Se affermassi che abbiamo perlustrato Caprarola in lungo e in largo mentirei, abbiamo visto solo Palazzo Farnese, uno dei capolavori dell’allora nascente manierismo (poi un tentativo abortito presso il Lago di Vico, ma la minacciosa quantità di vespe e di bagnanti antiesteticamente accampati era insostenibile; ci sarebbe l’aneddoto dei cremini acquistati, uno anche ingerito, presso un campeggio vintage del luogo: orbene, erano rinascimentali anch’essi, i gestori si sono affannati, la partita è scaduta ma continuiamo a tenerli in frigo non possiamo ridarglieli così ci mettiamo un cartello sopra non mangiateli assolutamente comunque sono buoni lo stesso eh dopotutto che sono sei mesi trascorsi dalla data di scadenza di fronte all’eternità; ma dentro se stessi ovviamente pensavano: ma guarda ‘sti grandissimi cacacazzi vedi te se oggigiorno non si possono nemmeno vendere gelati scaduti ma pensa il puntacazzismo di questi vabbè li rifileremo ai prossimi che capitano magari nel 2019). Mi scusino quindi i caprolatti (è giusto, lo afferma Google, come direbbe Bispensiero), sicuramente c’erano tanti altri posti meritevoli, di solito mi piace girare accuratamente tutto, addentrandomi perfino nei vicoli più maleodoranti e privi di ogni significato, ma stavolta è andata così. Sostare nelle città, a causa del global warming imperante scatenato da Trump, in questo momento è impossibile per i comuni esseri umani, quelli che abbiamo imparato ad amare e a conoscere in tutti questi anni. Ci vogliono essere umani speciali, più gelidi e indistruttibili, ma purtroppo non sono ancora pronti. Se Alessandro Farnese, il nipote dell’omonimo papa (poi Paolo III), non fosse stato un mitomane non avremmo oggi tutto ciò. Ci pensate mai? Tutta quest’arte che potete vedere e davanti alla quale siete soliti commuovervi e svenire ripetutamente, tutta questa cultura nelle strade esiste solo per lo straordinario numero di mitomani che affolla il pianeta. Questo a quattordici anni (l’età in cui venne fatto cardinale, quella nella quale l’uomo comunque ha sì e no la forza e la consapevolezza del mondo in grado di permettergli di trascinarsi verso il tasto di accensione della PlayStation) già probabilmente aveva chiaro quasi tutto. I maneggi, i contatti necessari da oliare per gestire il potere e per nutrirlo, le corti da frequentare, gli studi da fare (il greco, l’immensa biblioteca), gli oggetti preziosi da collezionare per pompare il proprio ego, le statue da commissionare, le nobildonne dalle quali trarre indebito sollazzo. È incredibile come un individuo così preparato, scaltro e ben avviato abbia fallito l’obiettivo grosso (fu sul punto di essere innalzato sul soglio pontificio, ma si vede che il babbo di Gesù cambiò opinione all’ultimo momento, chissà se avesse fatto costruire e restaurare un numero ancora maggiore di edifici religiosi, lubrificato ancora di più i Gesuiti, forse le cose sarebbero andate in maniera diversa, non lo sapremo mai).

La Sala dei Fasti ribadisce il concetto, l’epopea farnesiana viene esibita, sviscerata, celebrata, datata, commentata, illustrata, sottolineata, epigrafata. Lo spot pubblicitario tocca probabilmente il suo culmine nelle scene delle investiture, che ribadiscono la legittimità del potere esercitato, le fondamenta quasi morali. La famiglia, si sa, è importante, in ogni luogo e lago, e così vengono ricordati i matrimoni che imparentarono i Farnese con regnanti e imperatori. Anche le doti diplomatiche erano considerate fonte di enorme prestigio, pertanto quelle di Alessandro Farnese il Giovane vengono magnificate senza sosta dai giganteschi affreschi. La megalomania traspare dalla cura maniacale dei particolari, bisognava cacciarci dentro ogni stupido avo, ogni orrendo dettaglio fisionomico, ogni cazzabubbola dei cerimoniali andava pedissequamente e fedelmente rappresentata. I nomi degli ambienti sono molto piacevoli, c’è il Gabinetto dell’Ermatema, coi suoi riferimenti dotti alla mitologia, la Stanza della Penitenza, quella dei Giudizi, la Camera dei Sogni, dotata perfino di uno stanzino nel quale, ehm… (anche il cardinale era umano, dopotutto). E poi la Stanza dei Lanifici, quella della Solitudine o dei Filosofi (per troncare ogni contatto col mondo un platonico si cava gli occhi, mi pare onestamente preferibile però la soluzione scelta dal cinico, che scagliava sassi in faccia ai ficcanaso). E ovviamente la Sala del Mappamondo, spettacolosa, con la sua Sardinia ben più cicciotta del normale, il golfo di Guinea fatto con la squadretta, la Natolia (sic) e l’Arabia Felice che faceva marameo a quella desertica. E la volta celeste, incredibile frutto delle più avanzate conoscenze astronomiche dell’epoca, d’incerta attribuzione. Colpisce “l’idea da pittore gotico, che causò sconcerto nella critica, di aver campito le figure dello Zodiaco sul fondale di blu oltremare, sciogliendole dai concatenati fregi continui di Lelio” (Renato Roli). Queste grandi opere la cui costruzione va così per le lunghe sono affascinanti inevitabilmente pure per tutta la storia che si portano appresso (la riconversione della costruzione, operata dal Vignola, da fortezza militare a dimora signorile, con l’accuratezza di posizionare la zona estiva dove non batteva il sole, viceversa quella invernale). Intere famiglie talvolta si immolano a un bene superiore (vedi Taddeo Zuccari che muore decorando la cappella, ma nessun problema, c’è il fratello Federico subito pronto a sostituirlo, lo stesso Vignola tira le cuoia senza mai vedere completata l’opera, ma tanto gli sarà resa eterna gloria per l’ineffabile Scala Regia).