Cosenza per me ha sempre significato cose semplici – la stazione degli autobus, un panzerotto fritto, un passaggio intermedio per andare a Catanzaro a fare il rinvio militare, amicizie nate e finite nel giro di poche ore scambiando musicassette miste a opinioni dozzinali e col senno di poi un po’ imbarazzanti sul mondo – ma non ho mai approfondito attivamente e consapevolmente la sua conoscenza. La Cosenza che vedo ora mi appare totalmente diversa da come me la raffiguravo, con le sue arterie principali tirate a lucido per il passeggio, e le case stravecchie che fanno scena ma potrebbero venir tutte giù tra un minuto con un qualsiasi, anonimo terremoto. Per chi abita nei paesini, e paesoni, della (sconfinata) provincia andare a Cosenza a fare shopping è considerato segno di agiatezza: in Calabria siamo terroni, d’origine, abbiamo i complessi, quindi chi si è arricchito vuole tamarramente sfoggiare tutto il tempo con strafottenza i segni della sua condizione sociale, e chi è povero si arrangia come può per non essere umiliato nella fondamentale gara dell’esistenza, qualcosa pure deve far vedere, mica può stare lì. Lo stesso indumento comperato nelle prestigiose boutique del centro cosentino assume tutto un altro sapore rispetto a quello ignominiosamente e poco avvedutamente prelevato davanti ai severi e indiscreti sguardi dei loquaci concittadini presso il ben più conveniente outlet sotto casa.

La prima tappa è un ufficio al turismo, antico, cadente, burocratico, come una volta, come se internet e la post-truth non fossero mai penetrate nelle nostre vite, io resto fuori a ricomporre un panino col caciocavallo. Non è tardissimo ma ovviamente duomo e musei ecclesiastici vari sono già accuratamente morti prima dell’orario di chiusura esposto, ribadisco che (solo) su questo Papa Francesco ha ragione, ‘sti pretacci battono la fiacca, alla fine questi furboni si sono trovati un mestiere sicuro al giorno d’oggi e non fanno un cazzo di utile alla società. Nella parte antica c’è tutta una struttura di plexiglass (credo) che ricopre antiche rovine, una cisterna romana, pare, vicino c’è una stalla (?), presepe vivente, boh, escono fuori dei tizi che, interpellati, dicono che è tutta colpa della soprintendenza che ci ha speso unmiliardoequattrocentomilioni nel ’93 ma ora è così abbandonato e fa schifo al cazzo, la città mica può preoccuparsi di queste cose che fanno. Si va al museo dei Brettii (Bruzi, per gli amici) e degli Enotri, di recente, cioè qualche anno fa, apertura. Poche stanze, ma si nota la modernità dell’impostazione, con le istruzioni per l’uso che superano quantitativamente le cianfrusaglie esposte. Ai tizi non pare vero di vedere dei visitatori firmanti che giustifichino il loro stipendio a fine mese, una penso ci stia solo per dire che le guide audio sono molto utili, quasi indispensabili, un altro, urlando perché ci sente poco, fa i convenevoli e molto gentilmente ci permette di protrarre la nostra visita anche durante l’orario della pausa pranzo.

La Galleria nazionale ubicata nell’antico Palazzo Arnone, anch’essa di recente (2009) concezione, stupisce positivamente per scenografia e gratuità, le splendide tele dei calabresi Mattia Preti e Pietro Negroni, e di tutti gli altri, sono ben collocate nelle ampie pareti bianche che rendono la visita insolitamente riposante, nella sala Boccioni si viene sorpresi nientemeno che dalla presenza di una versione di Forme uniche della continuità nello spazio, e insomma, non mi pare poco. Del Rendano (al quale andai una volta in gioventù, effettivamente impressionante che qui ci sia una struttura così ben fatta e mantenuta, quasi lussuosa) mi colpisce soprattutto la storia, con il teatro che viene costruito sui resti di un’antica chiesa dei gesuiti, ma i gesuiti tornano in città, s’incazzano, e pretendono che venga tirato giù e ricostruita la chiesa, il re ovviamente gli dà ragione senza batter ciglio (ma poi la casa d’iddio non viene mica rifatta). Trovo che in questa storia ci sia racchiusa tutta la Calabria, di sempre.

Foto: Angoli di Cosenza (Antonio Cuda).