Manchiamo per poco l’appuntamento con la Storia, qualche ora dopo la nostra partenza arriverà Trump nel nostro stesso, umile aeroporto da poveracci, giusto per dire alla May una robetta come «l’Europa è un nemico». Molto bene. Non so, a ‘sto punto la prossima volta fate POTUS un vaso di gerani o il tasto Salva bozza di WordPress, tanto ormai. Atterrati a Stansted, dopo una fila al border per i controlli da far venir voglia di immolare insensatamente l’intera propria esistenza al curling (albionici, io vi tifo e v’amo da sempre in tutte le vostre usanze ed espressioni, ma maronna quanto ve la tirate), si percepisce subito la cruda realtà. Si tratta in pratica di una sorta di avamposto italiano in Inghilterra, connazionali dalle fogge e dalle pigmentazioni più improbabili ci si rivelano, insospettabilmente. Intenti a servire insalubri panini (visto che siamo paesani uno si sbatte con tutte le sue forze in vari idiomi per farci optare per un’offerta patatonzhamburgeristica irrifiutabile, alla fine ci arrendiamo, l’offerta era effettivamente quasi mistica). A intortare la gente per comprare al prezzo più alto i biglietti delle compagnie degli autobus che conducono in città (le tariffe sembrano essere meravigliosamente soggette al libero mercato e paurosamente fluttuanti in base a oscuri criteri, viva la concorrenza)(non sono ironico, viva davvero). E così via. Nel corso del soggiorno l’impressione verrà confermata, Londra emotivamente per me è la “nuova Roma”: con l’espandersi delle possibilità tecnologiche e il crollo dei prezzi, il terrone che un giorno sbarcava ‘nduja e bagagli nella nostra amata Capitale per avviare i suoi traffici ora ha la possibilità di estendere decisamente il proprio raggio d’azione, internazionalizzandolo.

In un’intensa, drammatica giornata di studio e Google Maps prima di partire mi rendo conto sconvolto della quantità di cose che non ero riuscito a vedere la volta prima: beandomi della mia capacità di macinare chilometri e di sbloccare achievement durante questi soggiorni pensavo ingenuamente mi mancasse solo tipo il Louis Tussaud, che non ho visto manco stavolta, pazienza, e poco altro. Macché. Il primo giorno è il più faticoso, bisogna ambientarsi, cercare l’albergo, dare la priorità a questioni di sopravvivenza spicciola in terra ostile, io poi l’altra volta i mezzi pubblici non li ho praticamente usati e quindi bisogna studiarseli. Oyster Card avveniristica e commovente quanto volete ma che succhia più di un’affermata pornostar, costringendo a continue ricariche; bus che passano spessissimo ma da capire nei loro usi e costumi diversi, fortunatamente, da quelli dell’Atac; indicazioni opinabili; ecc. Alla fine riusciamo solo a girare un po’ per l’Isle of Dogs e Canary Wharf, il caro, vecchio distretto portuale, con le sue barchette accantonate che ogni tanto ricicciano fuori, ora tirato meravigliosamente a lucido con palate di soldi delle banche più malvagie. L’affascinante commistione tra il vecchio che tra un po’ casca a pezzi e l’arrogantemente futuribile tirato a lucido. Ovviamente cose impossibili da noi, eeeeeh, come osi toccare la skyline dell’Ottocento, ma che, sei pazzo, il turismo è il nostro petrolio, si potrebbe campare tutti, e nessuno ve lo dice, solo grazie alla capoccette di Mario e Silla pescate nel sottosuolo, magari con l’aggiunta di sei etti, sei etti e mezzo di sana porchetta di Ariccia (Morisi, che aspetti a farci uno status per il Capitano? panettone, porchetta e capitone fritto, Nord, Centro e Sud uniti appassionatamente per un Natale all’insegna del colesterolo sovranista). Sì, c’è stato anche il collasso del mercato immobiliare intorno al 1990, Ken Loach che ha fatto il film per denunziare alcuni atroci ingiustizie e quello che vi pare. Ma.

Il secondo giorno a Trafalgar Square parte il gay pride, di strabordanti proporzioni. È, sì, forse un po’ adolescenziale tutta questa trasversale voglia di trasgredire per un giorno, uno solo nella vita, sfoggiando tette, culi e infradito, ma vivaddio, infinitamente meglio ciò che questa specie di bigottismo di ritorno sotto altre forme (e mi fermo qui). Un fiume inenarrabile di persone vocianti seminude ci ricaccia in quel paio di musei lasciati a metà nei paraggi, così finiamo di visitarli. Alla National Gallery, mentre una guida erudisce un branco di pargoli con matita e foglio da disegno in mano, mi rendo conto chiaramente della sublime e superiore sensibilità di Piero della Francesca (Sgarbi aveva ragione a buttarlo sempre in mezzo nei flame come termine inarrivabile di paragone). Altrettanto improvvisa la rivelazione che riguarda vari pittori minori italiani del Due-Trecento, sorprendentemente più interessanti di come me li raffiguravo, per l’abbacinata modernità e il tentativo di surrealismo quasi inconsapevole e deliziosamente un po’ naïf che mi pare di scorgere in certe loro composizioni. La National Portrait Gallery pure è ok. Ci sono facce. Di persone. Molto diverse tra loro come vite e tutto. Presentate con l’ovvia inventiva, la buffezza e l’audacia che uno si aspetterebbe.

Adesso è passato un po’ di tempo e mi trovo a dover completare il post, non ho tanta voglia di sbattermi per ricostruire i posti dove siamo stati con precisione. Mercati e mercatini di Camden mi danno l’impressione di essersi estesi ulteriormente, fagocitando strade, persone, narrazioni tutt’intorno. Ah, c’era il Mondiale, e qui devo autocitarmi. «Se fermi uno per strada e gli chiedi che ore sono, quello, con una mancanza di scaramanzia tale da far infartare all’istante un qualunque tifoso napoletano, risponde prontamente IT’S COMING HOME. In TV stanno parlando, chessò, del rogo nel quale hanno perso la vita ottantasei bambini (non è vero, è per rendere l’idea) e subito MA INTERROMPIAMO PERCHÉ ABBIAMO IN COLLEGAMENTO HARRY KANE: GUARDATE I SUOI PELI NEL CULO, NON SONO I PIÙ BELLI CHE ABBIATE MAI VISTO?». Lo scempio del Big Ben tutto incerottato per i restauri (a mio giudizio è tipo la cosa più bella che esista al mondo dopo la pizza con la mozzarella di bufala, ma almeno avevo fatto in tempo a vederlo prima che lo imbalsamassero). Ci imbattiamo in un capannello di manifestanti antiBrexit armati di chitarre, bandiere, pettinature buffe e altri orpelli d’ordinanza, non molto numerosi ma convintissimi e insensatamente starnazzanti. Uno di loro, da una certa distanza, riprendeva, chissà perché, i potenti mentre venivano imbellettati per qualche trasmissione. Sono preoccupati per le sorti della nostra nazione e li rassicuriamo: no, non è colpa nostra. Non siamo stati noi a votare i mentecatti. «SAVE The Great British Curry Industry» era la scritta che lampeggiava sanguinosamente sui cartelli di altri tizi infervorati sull’altro lato della strada.

Sicuramente abbiamo visto il Museum of London (quello principale l’ultimo giorno, avevamo in programma altro ma la metro è finita kappaò: anche i loro trasporti pubblici sono fallibili, sono commosso). Una certa evidenza qui viene data al fatto che i Romani insegnarono alle genti del posto a lavarsi il culo. Ci interessiamo molto al grande incendio di Londra del 1666 causato dallo sciagurato fornaio del re, poi passeremo anche proprio nel punto esatto dal quale tutto precisamente si propagò, almeno a sentire un documentario voracemente recuperato appena tornati a casa. Nel distaccamento Docklands, vicino alla zona del nostro albergo, invece resto colpito dall’atmosfera spettrale delle abitazioni e dei negozi d’epoca, ricostruiti in maniera tale da dare al visitatore una spiazzante sensazione come da sezione esplorativa di un qualche videogioco in soggettiva sviluppato con pochi mezzi nell’Europa dell’Est. Tra i vari cimeli raccattati per raccontare la storia di quella parte di Londra alcuni sono relativi a non ricordo quali manifestazioni della poveragente™ che chiedeva l’intervento dei reali (campa cavallo) per non morire di fame, credo nel periodo di crisi delle tradizionali attività del luogo, prima che la zona venisse riqualificata. Ma che ne so io, cercate su Google. Al giro precedente avevo mancato clamorosamente anche Greenwich, dal quale stavolta ci divideva solo un maleodorante (credo) tunnel. Come non ricordare le sfarzose e riposanti poltrone della Queen’s House, splendida, dalle quali osservavamo come nelle popolazioni anglosassoni il grasso tenda ad accumularsi impropriamente a casaccio in specifici punti del corpo, tipo avambracci, mento o bulbi oculari, anziché spalmarsi armoniosamente qua e là.

Una considerazione generale su un fenomeno sicuramente definibile con qualche termine tecnico o anglicismo (al giorno d’oggi ci sono termini tecnici e anglicismi per tutto, d’altronde), ma mi sfuggono e quindi cerco di spiegarmi contortamente con parole mie. Sono cresciuto girovagando perlopiù per musei italiani, c’era l’opera d’arte (indubitabilmente tale), al massimo la targhetta a fianco col nome dell’autore, l’anno, ecc. E stop. Oggi (in altri Paesi, come il Regno Unito, probabilmente già da qualche decennio) assistiamo a una concezione diversa del museo e della mostra, ad allestimenti più dinamici, moderni, coinvolgenti, arguti, sgargianti e interattivi, pieni di effetti speciali. Esistono le audioguide, e in certi casi vengono perfino assegnate “di default”. Descrizioni e spiegazioni delucidatrici vengono affisse ovunque, muri e muri di testo, spesso in più idiomi. Gli allestitori hanno l’ardire di farci trovare esposti oggetti impensabili, al di fuori degli schemi tradizionali (mi viene in mente la scatola di un vecchio gioco da tavolo a tema al National Maritime Museum, per carità, giustissimo che ci fosse, per i miei gusti, anzi, io gli avrei dedicato un’intera sala per permettere alla gente di giocarci, altre scelte però sono un po’ più discutibili e bizzarre dal mio punto di vista). Ma poi cose come le megapostazioni futuribili alla Star Trek (serie classica, il periodo di realizzazione credo più o meno sia quello) nelle quali se sposti un grosso pedone su una cartina e muovi una leva nel modo giusto come premio ricevi quattro righe di spiegazione sui buchi neri o sul sistema solare. Mah. Oppure lo pseudogioco elettromeccanico per grandi e piccini (che però ormai hanno tutti la PS4 e quindi sbadigliano a vedere ‘ste anticaglie) con dinosauri, granchi, molluschi giganti che lottano tra di loro, in una grande Royal Rumble, con effetto finale stile sigla di Spectreman. O la postazione PC dalla quale è possibile nientepopodimeno che navigare sul sito, non particolarmente interessante, anzi, dello stesso museo che si sta visitando. E basta. O fare un test scemo. Cose come queste. Anche se al Natural History Museum a dire il vero abbiamo passato più tempo a cercare posti a sedere comodi in stanze ben refrigerate che ad ammirare campioni del mondo di bauxite. Capitolo parchi piuttosto doloroso. Avremmo potuto fare di più. Neanche uno scoiattolo avvistato. Molte, ovviamente, le papere. La tristezza per l’erba qua e là ingiallita in pieno Hyde Park.

L’albergo. L’albergo di positivo aveva il fatto di essere collegato a un pub (che però ci siamo scordati di sperimentare). Inoltre si poteva e si doveva entrare e uscire a piacimento da una comoda porticina laterale senza gente alla quale dover rendere conto delle proprie stravaganti e immorali abitudini private. Misantropica anche la colazione, visto che la stanza (pur con un paio di maniglie discutibili, in linea con la storicità del palazzo) era dotata di elettrodomestici, cereali, marmellate e capsule del caffè in abbondanza. Nota a parte per il latte sfuso (da me tracannato con fiducia) che amorevolmente ci facevano trovare ogni giorno nel frigo. Latte che tanto fresh, a dispetto dell’etichetta apposta sulla bottiglia, non doveva essere, avendo fallito clamorosamente l’apposito test, purtroppo effettuato solo la mattina della partenza.