pxls.jpg – Chairs

Se si leggono i pareri su internet, per visitare Bratislava nella sua interezza sono necessarie alcune ore, o forse anche solo pochi intensi minuti, brevi istanti durante i quali
Palo Bartos – Devín en face
fare scorpacciata di piazze, cibarie, usanze, monumenti, rapporti umani e carnali con biondine slanciate, brille e disponibili trovate nei pub e irrimediabilmente sopraffatte dal carisma del viaggiatore macho che non deve chiedere mai col suo carico di eurini colorati. Il mio turismo però è piuttosto slow, e in sostanza consiste nel bighellonare furiosamente per ore e ore tra quartieri, chiese e viuzze di periferia, come mi è stato insegnato dai miei avi in gioventù, immagazzinando volti, cartelloni, odori, toponomastica e traiettorie dei mezzi pubblici, fino a quando la completa fusione fra talloni e asfalto magicamente si realizza.

Il check-in del girone d’andata si svolge con eccezionale rapidità, gli italiani sono gente pratica che va per le spicce e che in fondo non ha mai creduto davvero che si possa dirottare un aereo armati di sola, cieca fede nella linguetta di una lattina di Pepsi-Cola, o con le pile ricaricabili che mi ero portato appresso in grande quantità (poi la macchinetta non mi funzionerà e sarò costretto a scattare le foto col cellulare trovato nel Dash, come sempre). Provo pena per le povere hostess costrette a trasformarsi in vucumprà – termine apertamente razzista quindi sostituitelo pure
Foto di Colleen Simona Moore
con un altro equivalente a vostro piacimento, grazie – insieme allo spaurito steward per cercare di vendere panini e carabattole che nessuno vuole, pena mista devo dire a una certa, interessata preoccupazione (come farà il signor Ryanair a mantenere baracca e burattini e a pagare tutti quegli spot che si vedono ultimamente in TV?), ma l’atterraggio è impeccabile. (Mentre al ritorno, di sera tardi, il pilota, reo di un impatto litigioso col terreno ciampinese, subirà l’umiliazione del mancato applauso).

Il fascino della città risiede tutto nel sapiente e casuale mix a misura d’uomo tra vecchi ruderi, abuliche palazzine erette quando ancora la gente credeva nelle infinite potenzialità del socialismo e le stupefacenti modernità architettoniche. Bus e tram che probabilmente sarebbero apparsi decrepiti già nei primi anni Novanta sfilano pacatamente, con dignità, facendo tutto sommato ancora il loro sporco lavoro, sorpassati da aggressivi e metallizzati SUV all’ultima moda della Škoda. Il numero delle filiali di Unicredit supera ampiamente quello dei negozi di alimentari, ma anche Intesa San Paolo e Coop rosse si difendono.

Le strade sono decisamente troppo poco affollate
filipbehindthecamera – Tram
in rapporto alla capienza spannometricamente stimata degli edifici: si può sapere dove cacchio sono tutti gli slovacchi che dovrebbero, in teoria, abitare quegli innumerevoli casermoni color tristezza? O se ne stanno tutti a casa, sempre, religiosamente attenti a non fare troppo rumore, oppure qui c’è qualcosa che non quadra signora mia. L’idea che mi sono fatto
everythingstops – Petrzalka 4, close-up
degli slovacchi è quella di gente tranquilla, pure troppo, che non prende nemmeno in considerazione la folle idea di poter delinquere, priva di grandi slanci, passioni e volontà, che sostanzialmente si lascia trasportare dagli eventi. C’è la maratona domenica in centro? Sì, ok, facciamola, però senza eccedere nella partecipazione e nella pubblicizzazione dell’evento e senza sudare troppo mi raccomando. I pub il sabato sera sono moderatamente semivuoti, i (non troppi) ubriachi sulle panchine moderatamente maleodoranti, un po’ molesti ma senza grande convinzione, i volti dei passanti inevitabilmente impostati sulla faccina neutrale meno espressiva.

Visitiamo anche qualche museo. La Galleria nazionale slovacca è gratis, non ho capito se per farsi perdonare la momentanea indisponibilità della parte permanente o se sia sempre così. Alcune tipe del personale ci parlano intensamente in slovacco e noi le assecondiamo facendo finta di capire per non arrecare loro un dispiacere. Accanto a campi di papaveri fotocopiati direttamente da Monet e ad altri scippi abbastanza plateali, sulle pareti si succedono opere decisamente meritevoli e agresti di impressionisti cecoslovacchi e magiari quali Mednyánszky (mezzo edificio all’incirca è occupato da suoi dipinti), Skutecký, Benka e Rippl-Rónai.

Camminando lungo il Danubio ci si para ben presto dinanzi un palazzo piuttosto imponente, con davanti una targa ai martiri che hanno versato il loro sangue per liberare la Cecoslovacchia dall’oppressore e renderla la ridente e unita nazione che è ora. Sto ovviamente scherzando. Trattasi del Museo nazionale di storia naturale (e vabbè, vediamo pure questo). La quantità di animali imbalsamati stipata nei vari piani è sbalorditiva, superiore perfino a quella dell’inquietante sala del nostro albergo adibita alla colazione e al colesterolo illimitati. A stupire è soprattutto l’assistenzialismo di Stato a livelli ancora sovietici, direi quasi siculi: la classifica del fancazzismo selvaggio è capeggiata dal tale che si procaccia da vivere dicendo ai (pressoché inesistenti) visitatori di andare a fare il biglietto nell’altra stanza, e dalla tizia messa produttivamente a sorvegliare dagli assalti dei potenziali vandali il paio
Annaliza X – Darth Vader Street
di sale con le foto di vulcani in eruzione, macachi giapponesi e tramonti infuocati che su Instagram con due click ne trovi a carrettate. Poi però la parte più succosa e pericolante del Castello di Devín, un gioiello medievale in pietra nella periferia, ex porta occidentale del Regno d’Ungheria, è chiusa dal 2010 per mancanza di fondi.

Tra gli animali vivi a dominare, sugli alberi, nei parchi, per le strade, sono indubbiamente i piccioni, stranamente tollerati data l’inquietante assenza quasi totale di felini (ci imbatteremo solo in un paio di esemplari, grassi e spaventatissimi, l’ultima sera). A seguire, rigorosamente al guinzaglio e talvolta incappottati, gli immancabili cani.

Vagando per il centro ci mettiamo a leggere il menù (esposto in mezzo alla strada) di un ristorante dedito alle prelibatezze locali, col vago intento di approfondire, come sarebbe d’altra parte doveroso, la conoscenza gastronomica del Paese ospitante. Subito si materializza boltianamente la proprietaria per convincerci a effettuare lì il rifornimento previsto. I piccoli occhi scuri le brillano, si intuisce che saremmo i primi clienti forse dall’86, ma decidiamo crudelmente di andare a rimpinzarci di slovacchissime penne all’arrabbiata in un ristorante situato precisamente davanti a Porta San Michele, a un imitatore monocanzone di Bob Dylan e a un posto che si bulla di essere la più antica farmacia d’Europa e dell’universomondo, o qualcosa di simile. Ristorante che poi scopriremo essere di proprietà di Silvio Berlusconi.


Krzysztof Aaron – In Limbo