Guilty pleasure, di nuovo. Questo antico spara e fuggi a scorrimento verticale giocato in finestra semiclaustrofobica ha un sacco di videorecensioni in giro, e il motivo è facilmente indovinabile: l’ordine alfabetico (e, certo, il suo essere un clone di un famoso coin-op, il che non guasta). Ma, visto che ci siamo devo dirlo, perché cacchio fate ‘sti video di mezz’ora (se va bene), senza arte né parte, senza alcun ritmo o almeno un accompagnamento musicale trascinante sapientemente utilizzato, senza un’idea che sia una, quantomeno del medium utilizzato e delle sue caratteristiche, video nei quali biascicate orribilmente come appena alzati dal letto, e siete anche brutti e spettinati, e puzzate, non si sente ma si intuisce, fidatevi, fa schifo pure la vostra stanza – magari anche la mia, ma almeno io non mi filmo in continuazione, perfino mentre cago –, si salvano, forse, solo i vostri animali domestici? Chi li dovrebbe guardare, secondo voi, possibile che non vi rendiate conto che non serve a nulla impestare l’internet così? Non avete qualcuno che vi voglia bene? Manco vostra mamma resisterebbe per più di pochi secondi senza fuggire urlando come Janet Leigh sotto la doccia. Dicevamo. Credo che il motivo dell’astio verso questo titolo derivi dalla sua obiettiva pochezza tecnica, oltre che dall’inelegante spudoratezza del suo copiare. Eppure sarebbe stato facile imitare senza svaccare troppo: chessò, invece dell’atterraggio sulla portaerei a fine livello metti un’altra cosa, idem per i giri della morte per evitare i proiettili. Ma queste cose nel mondo dei videogiochi a mio avviso contano pochino, l’importante è l’amalgama, quel mix esplosivo e quasi magico che può crearsi. ’43 – One Year After in realtà, quasi senza volerlo, si avvicina pericolosamente ad avere il quid, o quantomeno risulta piuttosto godibile (ovviamente le premesse sono le solite, dovete essere videogiocatori vecchio stampo che si trastullino con giochi difficili al confine con la frustrazione anche estrema, e che non si mettano subito a frignare se un proiettile si confonde un po’ col fondale, o cose così in grado di provocare a quanto pare assoluto sdegno e raccapriccio in taluni).

Credo che gran parte del fascino per quanto mi riguarda derivi dalla musica, monotona e ripetitiva ma intrigante, in grado di creare la giusta atmosfera, qualcosa che non c’era nemmeno nel coin-op 1942, che pure è stato uno degli indubbi pilastri nella formazione di tutti noi. Le note, tenui e rarefatte, da sole proiettavano la mia labile mente in decenni, scenari e continenti mai vissuti, davvero sembrava di far parte di un’operazione speciale, del club esclusivo degli sparacchiatori adolescenti anonimi.

Insomma, siamo nell’era dei videogiochi simbolici (per Bittanti finisce nell’84, ma vabbè), se non volete usare l’immaginazione per completare i contenuti proposti sullo schermo andate da un’altra parte.

Il sonoro è opera di Lars Hård, che tanto fesso non era, con buona pace di Rignall e soci, assai bravi e belli ma che un po’ di bias nei confronti dei prodotti che venivano fuori dal Regno Unito, da lande videoludicamente all’epoca svantaggiate, talvolta lo nutrivano: il remix di Captured, platform della stessa casa, a opera di Monty di una dozzina d’anni fa è un capolavoro assoluto, e non sono solo io a dirlo. Certo, Monty ha fatto un lavoro michelangiolesco tirando fuori quello che ha tirato, ma il marmo messo a disposizione dal buon Lars era di ottima qualità. Questo per dire che, sì, forse sto vaneggiando. O forse no, non del tutto. Certo, mica sto dicendo che ’43 – One Year After fosse una meraviglia, dico solo che nella sua oggettiva mediocrità (a esser buoni) spingeva ogni volta ad andare un po’ più avanti. Anche se poi un po’ più avanti naturalmente non c’era un cazzo. Questi svedesi della Greve Graphics (forse il primo gruppo di sviluppatori videoludici dell’intera Scandinavia, essendo stato fondato nel 1982, se avete familiarità con l’idioma fiondatevi pure qui) non erano certo delle cime, ma avendo regalato all’umanità uno dei titoli più pittoreschi del periodo, Blood’n Guts, aka le olimpiadi tamarre con i barbari che si sfondavano di birra e lanciavano gatti ruttando liberamente, direi che tutto sommato hanno giustificato la loro esistenza (?).