Gli abitanti dell’arcipelago britannico intenti a pompare a dismisura le loro star sportive e non per vendere videogiochi (o corn flakes) erano davvero amabili. Daley Thompson ce l’hanno fatto uscire dalle orecchie con i suoi ridenti baffi, e poi Gary Lineker, Peter Shilton, Peter Beardsley, Graeme Souness, Frank Bruno, Nick Faldo, Jonah Barrington, Harvey Smith, Geoff Capes, Ian Botham, Graham Gooch, John Lowe, i compianti Emlyn Hughes e Jocky Wilson (cioè, addirittura noi adolescenti meteoropatici di mezza Europa avevamo immagazzinato nelle nostre menti gli utilissimi nomi di gente dedita all’ippica, o che gettava pesi, o che giocava a squash e a cricket, perfino le freccette, rendiamoci conto). Immagino cosa sarebbe successo se la fortuna di vivere in un Paese tecnologicamente e culturalmente all’avanguardia fosse toccato a noi italiani. Alex l’Ariete Pro Cortina d’Ampezzo Simulator. Grand Theft Byron Moreno. Abbagnale Bros Let’s Go to Win Featuring Galeazzi.

Nel 1985 il materiale con il quale il nerd medio poteva sfogare la sua ormonale sete di cazzotti virtuali era drammaticamente limitato. Punch Out!! aveva visto la luce da un annetto, presto clonato sul Commodore col mediocre, ma onnipresente nelle classifiche, Frank Bruno’s della Elite. Esisteva il dimenticato tentativo della Sierra, Championship Boxing, caratterizzato anch’esso dall’aspetto “carrieristico” e reso indigesto dalla grafica in CGA trasportata papale papale sugli altri formati. Più o meno coevi erano il terrificante Knockout dell’Alligata, e Fight Night, accreditato dalla stampa quale rivale principale, rispetto al quale Star Rank Boxing (nome con il quale BMGWCB era conosciuto negli States) soffriva un po’, soprattutto versante grafica pacioccosa e demenza. Del resto anche all’epoca l’esperienza di gioco faceva subito senz’altro balenare alla mente con forza il termine “legnoso”. La pseudotridimensionalità era un miraggio, e fin qui vabbè, ma perfino cercare di spostarsi risultava essere un compito penoso, più o meno le possibilità di intervento si riducevano al cover up, che annullava le sfuriate avversarie con una certa generosità, e alla decisione sul tipo di cazzotto da affibbiare al momento ritenuto opportuno. Vedere la chioma dello sprite nemico ciondolare all’indietro in seguito a un pugno dalla distanza sapientemente calcolato elargiva però grasse soddisfazioni. Impressiona la scelta di descrivere il pubblico soltanto tramite dei cerchietti viola (un po’ stile benvenuti nel magico mondo dell’AIDS) su sfondo grigio, rappresentazione estremamente spartana ma d’effetto, soprattutto perché condita dagli occasionali flash sparati per enfatizzare i momenti critici.

Barry reggeva botta grazie al potente aspetto “manageriale” e di personalizzazione del pugile, del quale era possibile definire un po’ di tutto, dal colore dei capelli allo stile di combattimento passando per la sua immagine pubblica da eccentrico sbruffone o bravo ragazzo che gli daresti subito in sposa la tua figlia più gnocca (soprattutto dopo una sbirciatina al conto in banca a svariate cifre ben esibito nella tabella riassuntiva). E poi i vari parametri da tenere sempre d’occhio (endurance, stamina, ecc.), gli allenamenti, la scelta del pugno preferito, elementi che conferivano a dare in coro un certo spessore tattico a quella parte arcade di per sé un po’ avvizzita. A completare l’opera, i gloriosi jingle di John A. Fitzpatrick, forse tecnicamente un po’ rozzi rispetto ad altra roba che si cominciava a sentire in giro ma senz’altro efficaci: come dimenticare l’eccitante traccia interlocutoria del menù, o il travolgente ottimismo del motivetto messo a sancire le vittorie. Per le lagrime, manca giusto un “Adrianaaaaaaah!” digitalizzato.