Per appioppare qualsiasi immonda ciofeca al nerd informatico tutto ciccia e brufoli. Questa è in pratica la triste storia di Assassin’s Creed, insipida megaproduzione venduta in milioni e milioni di esemplari, grazie (oltreché alle solite, prezzolate recensioni) anche al, chiamiamolo, coinvolgimento di Jade Raymond nel ruolo di producer molto attivo nell’elargire sorrisi & interviste a destra e a manca. Jade RaymondIn attesa del seguito, ecco direttamente da Ars Ludica un breve, (s)ragionato, ma soprattutto stagionato parere sulla prima puntata.

Assassin’s Creed parte con un intento estremamente ambizioso: quello di ridefinire per sempre i canoni dell’action game contemporaneo. Mica cazzi. Si pone, insomma, come una sorta di Sands of time (Le sabbie del tempo, il primo Prince of Persia “di nuova generazione”) freeroameggiante e sottoposto a massicce dosi di anabolizzanti. Le versioni per console avevano ottenuto lusinghieri risultati di vendita tempo fa, spaccando in due però (le balle a) pubblico e critica. Ma solo mesi dopo ha assaporato la luce quella per PC, piattaforma negletta e un po’ sfigata, oltreché malvista dagli sviluppatori per via della pirateria strabordante che la tartassa ogni giorno di più.

Altair è senz’altro un personaggione azzeccato dotato di sculettamenti e movenze naturali e inusuali (anche se non sono comunque riuscito a immedesimarmi pienamente in questo incazzoso barista medievale). Purtroppo il giuoco presenta lacune assurde per un titolo con simili, dichiarate, vertiginose ambizioni. Il gameplay è indecente, oltreché particolarmente monotono e ripetitivo, la varietà (oserei dire anche quella dei modelli utilizzati per i personaggi) non abbonda, e gli assassinii si compiono in maniera spesso troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo troppo simile. Ok, le amene missioni investigative secondarie aggiunte dietro minaccia armata degli hardcore lamer di tutto il mondo costituiscono una timida nota positiva. Si prova tuttavia quasi imbarazzo per l’incapacità sfoggiata da designer e soci, per l’enorme spreco di risorse umane, paesaggistiche e ambientali, per tutto quello che sarebbe potuto essere. E non è stato. La storia dal canto suo è un po’ confusa e vagamente interessante, ma solo a tratti. Come spesso accade, aver subito una lobotomia in gioventù potrebbe aiutare (sicuramente massicci interventi di psicochirurgia devono aver riguardato i soldati, la cui reattività non mi ha impressionato particolarmente).

Assassin’s Creed può comunque vantare dei pregi pressoché indiscussi e indiscutibili. La discreta gamma di armi, spade grandi, medie, piccole, medio-grandi, medio-piccole, lame da barbiere e da macellaio, i nudi pugni. L’alternarsi di sole, vento, luci, ombre, cazzi. La musica esotica, le voci convinte e un po’ arroganti. Cavalcare, camminare tra la folla. Il mondo sembra enorme e avvolgente, le città sono vive, dettagliate ma soprattutto pulsanti, e andarsene in giro è gradevole ed eccitante come non mai. Per un paio d’ore. Peccato per i controlli, concepiti per quest’ultima versione da un’ameba o da un elettore di Mastella, anche se tuttosommato ci si fa presto il callo (joypad dell’Xbox 359 ruleZ); e arrampicarsi qua e là commettendo facili omicidi destinati a rimanere impuniti riesce lo stesso a elargire una certa soddisfazione.