Esistono, si sa, giochi estemamente difficili. Esistono, si sa, anche giochi estremamente frustranti. Boing (omonimo di un oscuro platform della Bubble Bus dell’86, nonché di una pletora di tentativi successivi di accaparrarsi il più banalotto dei nomi effettuati fuori tempo massimo, nel senso che la Commodore ci aveva già lasciato o stava per) va ben oltre queste due categorie, ponendosi come killer application per testare la propensione alla serenità tibetana di chicchessia. Boing è stato recensito con un tonitruante 9% su Zzap!64, ed è difficile che l’uomo della strada, dopo una breve partitella, possa trovarsi minimamente in disaccordo con questa sarcastica valutazione (Your Commodore però premiò con un ricco 82%, immodestamente sbandierato sulla spartana copertina, la sua matta stramberia). Ma Boing non è nemmeno una delle tantissime, banali schifezze senza arte né parte immesse in circolazione in quel periodo. Boing è curato dal punto di vista grafico e sonoro, e ben decorato con un tocco di umorismo demenziale, le smorfie di una facciotta strabica allietano chissà perché i nostri sforzi, mentre inquietanti mani popolano malsani corsi d’acqua, cose così. Bisogna entrare nell’ottica dei suoi creatori, quella di regalare al mondo un’esperienza radicale che vada ben oltre la necessità di effettuare il salto al pixel tipica di molti giochi dei primi Eighties (a proposito, strano che l’anno di uscita sia il 1989, a circa un lustro di distanza dalla severa epoca dei Jet Set Willy II che già non perdonavano nulla). In Boing lo scrolling orizzontale non si ferma e ci è richiesto quasi di essere veggenti, veggenti fortunati, per giunta, per portare la nostra sfera che rimbalza e sparacchia incessantemente a essere puntuale all’appuntamento con la salvifica piattaforma destinata a comparire solo per un fugace attimo, e poi mai più. Il tocco di sadomasochismo finale è dato dalla sequenza di game over, ovviamente eterna e insaltabile.