Camelot Warriors è uno di quei casi inspiegabili, uno di quei titoli manifestamente troppo legnosi (sì, lo so che uso spesso questo termine, il fatto è che sembra pensato proprio per descrivere questo gioco) e vistosamente troppo limitati che però sopravvivono nella memoria collettiva e vengono tramandati di padre in figlio, come il Subbuteo con la squadra della Jugoslavia. La stroncatura di Zzap!64 – appropriata, forse un po’ severa sul versante estetico, che non è poi malaccio – dice tutto quello che c’è oggettivamente da dire sul gioco (un arcade adventure, in realtà con poca azione, poca esplorazione, poca longevità visto che in meno di dieci minuti è possibile arrivare alla fine, poco tutto… cosa c’è dentro, quindi? niente, bisogna solo raccogliere gli oggetti, dare qualche spadata ogni tanto e sopravvivere alla noia e alla mediocrità dei controlli, cercando di non rimanere incastonati per sempre da qualche parte). Ma allora perché Camelot Warriors viene celebrato e gli viene reso omaggio, e addirittura gli è stato offerto in sacrificio almeno un remake (del 2007, non so se ve ne siano altri)?

Sarà la provenienza spagnola a incidere, e quindi botte di nazionalismo per il giochino di casa che riesce a essere semiquasinonsconosciuto all’estero (ok, non è certo l’unico proveniente da quelle parti a raggiungere questi traguardi), ma in realtà Camelot Warriors è apprezzato e ricordato per esempio anche in Italia. Sarà che particolari ameni quali la trasformazione coatta in rospo non si scordano facilmente, insieme a un po’ tutta l’ambientazione fatta di maghi coi pentoloni, piante carnivore che aprono e chiudono ritmicamente le loro amabili fauci e creature acquatiche assortite. Insomma, mi pare il chiaro esempio di titolo che riesce a farsi apprezzare ben oltre le sue qualità (quasi inesistenti) grazie a qualche elemento suggestivo in grado da solo di accendere e far viaggiare la fantasia delle masse. La versione per C64, realizzata dalla Opera Soft, appare senz’altro quella più curata esteticamente, il cavaliere è completamente ricoperto da una pesantissima armatura, elmetto incluso, ma questo fardello sembra non incidere sulla leggiadria dei suoi balzi, prolungati, inverosimili, quasi gommosi, alla ricerca di nuove croccanti piattaforme delle quali fare la conoscenza. Quella Amstrad invece abbaglia con i suoi colori particolarmente decisi e ultravivaci. Soffre un po’ lo Spectrum, e a ruota l’MSX.