Tau CetiVenivo dalla delusione di Empire!, pompato da British Telecom come il seguito di Elite, ma che assomigliava in realtà a una versione di Asteroids senza limiti certi. Tau Ceti, invece, offriva spazi probabilmente meno estesi — chi può saperlo, quando pianure elettroniche si susseguono invariate per interi pomeriggi — sicuramente estremi e solitari. Apprezzo particolarmente l’immersione in quei mondi notturni densi d’atmosfera che non sarei mai stato in grado di concepire, perché troppo estranei. Tau Ceti produceva distese basilari poco rumorose, linee di luce, stendeva tappeti eleganti verso ombre sconosciute. Presentava strutture essenziali, originali, forme aliene inconfondibili, quasi sgradevoli. Territori malfrequentati, raramente abitati da avversari scorbutici, glaciali e imprendibili. Immediatamente poco propensi al dialogo. Le astronavi arroccate in città frastagliate, apparentemente inespugnabili. Il mezzo procedeva centrale, viaggiava, sollevandosi appena dal suolo grazie alla pressione del tasto H. Saettava anche a velocità considerevoli. Sparacchiava in aria [minacciose missilate], attivava gli infrarossi. Tramite una mappa, poteva spostarsi da una città all’altra, ottenendo un’accoglienza ora festosa ora assolutamente trascurabile [anonima, urtava, a furia di penosi tentativi]. L’impatto cieco e siderale con una struttura: un unico, magistrale effetto sonoro, solido e gigantesco, immerso in secoli di silenzio. Rendeva l’esperienza credibile, devastante. Corsa traumatica per sfuggire ai colpi distanti, tracce colorate, scie vivide le persecuzioni invisibili che rischiarano il cielo più estraneo che vorrei rifiutare. La violenza più gelida e sbrigativa che possa essere descritta nello spazio. Eppure tutto ciò è realizzato con una linea orizzontale infinita e una palla violacea, mezzi spartani che consentono a un disadattato, che non conoscerò, di immettermi sbrigativamente nel suo mondo esclusivo. Nonostante i successivi dispiegamenti di mezzi, nessuno riuscirà più a replicarlo, resterò affezionato a quell’illusione perpetua.