Ero appena atterrato sul brullo e defecato suolo del Mangiabinbistan Orientale, sotterranea e inospitale nazione sconosciuta alla maggior parte delle carte geografiche e dei giornalai. Mi trovavo lì in vacanza premio grazie al supermegacaporedattore mascherato dotato di poltrona in pelle di vero recensore. Ero stato spedito al triste scopo di intervistare degli sviluppatori di videogiochi che stavano allestendo un dozzinale FPS fantapolitico, ovviamente basato sul solito conflitto postnucleare globale del cazzo USA vs URSS vs Cina vs Tartarugheninjastatalisteinmutande.

La sede dell’ignota quanto prominente software house era irraggiungibile anche dai più scafati supereroi e completamente avvolta dalla puzza di programmatori morti e dal mistero. Le infrastrutture fatiscenti, i PC a dir poco obsoleti che — come nel tentativo di interrogarsi sul reale significato della vita e dei byte — ogni tanto implodevano, generando ologrammi di bolle verdi e blu su arcobalenosi prati fioriti e/o minati; i monitor incredibilmente ingombranti, fosforescenti e accecanti; le stampanti rumorosissime e malfunzionanti, ma sempre attive e perigliose.

Il gioco, allo stadio larvale di programmazione, non meriterebbe nemmeno di essere descritto. Tozze e ignave creature appena abbozzate si rincorrevano nelle periferie dell’anonimato poligonale, compiendo azioni banalissime su scenari ultrapiatti; gli effetti di luce erano usati più o meno a casaccio, o cavalcando mode oramai tragicamente desuete; mentre gli sviluppatori, palesemente incuranti di tutto ciò, si masturbavano in un angolo, fissando con fissità non comune le tettxture di procaci eroine malamente spixellate su pareti decisamente camionistiche.

Chiunque tentasse anche solo di avvicinarsi a questa realtà era colto da una sensazione di disagio interiore e malessere esistenziale. Perfino i miei rozzi interlocutori sembravano scattosi e ben poco definiti, dentro. Rispondevano alle mie svogliate domande con frasi vaghe, evasive, inappropriate, casuali; o con rutti campionati ben poco concilianti, talvolta arroganti, compenetrando nel frattempo piacevolmente i loro arti e i loro peni, non so se in segno di stima o cos’altro, ma punterei decisamente su una terza ipotesi. Non sembravano credere molto nel loro stesso, misero, ululante progetto, che portavano avanti da tantissimi anni, ormai nell’indifferenza della stampa scarsamente specializzata e anal-fabetizzata.

A un certo punto, uno di essi, particolarmente obeso, barbuto e bisunto, parlando dialetti informatici sguaiati e sconosciuti (ma cercando di comunicare più che altro tramite gesti un po’ inconsulti), rotolando mi condusse in uno stanzino dal quale proveniva una luce intensissima. Una valchiria simulata ed esageratamente pettoruta, racchiusa in un aggressivissimo costume vaginale in pelle nera, stava frustando un tapino probabilmente non virtuale. Costui era legato, imbavagliato e costretto a sviscerare in tutti i suoi aspetti un abominevole gioco di guida.

Tir, autosnodabili e autoarticolati assortiti si susseguivano inguardabili, ma soprattutto inguidabili, senza un perché, su piste tremanti, terremotate, oscillanti e infarcite di imprevedibili passaggi segreti che si spalancavano senza preavviso grazie ai molteplici bug. Gli osceni mezzi, simili a Fiat Duna incidentate imbruttite, potevano tranquillamente inerpicarsi in cima alle montagne più impervie e maldisegnate di sempre, nell’indifferenza generale (ma soprattutto in quella delle leggi della fisica, della logica e del buongusto). La visione e la comprensione di quelle vergognose immagini causava sofferenze indicibili alla povera creatura che — lo si intuiva chiaramente — avrebbe desiderato porre termine immediatamente alle sue sofferenze virtuali, e non solo. Altri individui, probabilmente torturati con metodi ancora più subdoli, anticonvenzionali e dolorosi, starnazzavano senza sosta nei pollai adiacenti.

Pollouomo

Questa è la sala adibita al beta testing”, mi comunicò ufficialmente il mio interlocutore, con ampi gesti e alitate indimenticabili. Inorridito, nel tentativo di distogliere lo sguardo, scorsi un’altra scena, se possibile ancora più raccapricciante e malvagia. Nel cortile vicino, antichi, leggendari e irreprensibili cabinati giapponesi perfettamente conservati venivano famelicamente stuprati da tozzi esseri, simili a cloni palestrati del Duke nazionale (ma di gran lunga più ignoranti). Costoro, apertamente incitati dai passanti, vandalizzavano i mitici cassoni, sferrando loro pugni, testate e inaudite gomitate, impunemente. Da maniaco collezionista e cultore di ogni coin-op mai procreato mi slanciai istintivamente e avventurosamente contro quell’abuso inumano indescrivibile, rimediando solo una gran quantità di shuriken e di calci rotanti gengivali vaganti.

Mentre le stelline regolamentari facevano la loro comparsa intorno a me, ebbi modo di riflettere sul significato della vita e dell’universo, ma soprattutto di maledire chi mi aveva inviato fin qui, non senza cogliere l’occasione per riflettere sulle mosse successive. Rimembrando e imitando note movenze portate al successo in tempi e modi diversi da Solid Snake, Sam Fisher e Topo Gigio, infatti, riuscii dapprima ad avanzare lungo un cornicione esterno senza farmi scorgere. Quindi mi nascosi in posizione strategica dietro una serie di voluminosi barili. Da qui fui in grado di lanciare una provvidenziale e deflagrante smart bomb in direzione dei pacioccosi energumeni (distruggendo così molto intelligentemente anche i reperti archeologici circostanti). Mi allontanai non senza stupore dalle macerie afflitte e ancora urlanti, mentre i pollosodomizzati rinchiusi nelle stanze delle torture invocavano soccorso.

Infastidito da quelle grida che salivano al cielo lancinanti, ripetitive, acutissime lanciai senza indugio una smart bomb anche al loro indirizzo, ponendo istantaneamente fine a quelle assurde, indegne e umilianti sofferenze. Il bagliore allertò finalmente un elicottero della sonnacchiosa polizia locale, alla quale disegnai in qualche modo le aggressioni e le angherie alle quali ero stato sottoposto per tutto il tempo da quella banda di orribili malfattori senza scrupoli e brufolosissimi. Al ritorno in patria fui ricoperto da premi e onorificenze per essere riuscito a expare un simile quantitativo di terroristi comunisti; venni convocato da Bruno Vespa, Maria De Filippi e Marcello Lippi; i rivenditori autorizzati di smart bomb presero a corteggiarmi affinché reclamizzassi i loro prodotti, promettendomi mari e monti; perfino il megacaporedattore mi accolse benevolmente nel suo antro leggendario, assegnandomi subito in premio la recensione esclusiva, in anteprima interplanetaria, dell’ultima, attesissima simulazione di cricket dell’Electronic Farts. (Arspubica).