Cercatore nello spazio (nome tarocco dell’epoca appioppato alla versione Commodore, ma esisteva anche per Atari 8-bit) è uno dei giochini che hanno caratterizzato la mia infanzia, con i suoi effetti speciali spartani ma sufficientemente ultravivaci da imprimersi in modo indelebile nei miei bulbi oculari. Bastavano dei cactus elettronici sgargianti (così ho sempre interpretato quelle eccentriche parti di arredamento aliene, se mi sbalio non correggetemi, grazie), un omino bigio che sbuffa e fa le moine anche nello schermo dei titoli, rallentando e accelerando umoralmente e con scarsa professionalità, qualche titubante effetto sonoro introduttivo alternato a vivaci pernacchie spaziali per ricreare la giusta atmosfera, tra robot aspirapolvere presi in prestito direttamente da Impossible Mission e insettume nevrotico ronzante dalla Via Lattea. L’autore è Don Rigby, uno dei tanti nerd capaci di sfornare una manciata di oscuri titoli, soprattutto nel periodo 1984-’85, per poi sparire apparentemente nel nulla – almeno a giudicare dalle informazioni a me disponibili al momento – dopo una parentesi di accanimento terapeutico sugli Atari 8-bit in declino, peraltro con il suo clonazzo di Bomb Jack, Little Devil, sabotato dai distributori malvagi a detta della rivista Page 6. Poi, solo un veloce saluto per contribuire alla creazione dei puzzle del croccante Pushover, 1992. L’immaginario del nostro non era particolarmente originale: astronauti, meccanici (forse Auto Mania della Mikro-Gen era uscito da poco?), cloni di Scramble, cloni di BurgerTime con la pizza al posto degli hamburger, anche se dalla grafica non sembra e paiono paninozzi lo stesso, la tristezza proprio. Ma almeno qui c’è la condivisibile scelta di sviluppare il tutto lungo livelli diversi tra loro (fase Manic Miner dei poveri, fase Choplifter degli strapoveri e nanosecondo finale alla Jupiter Lander, o quello che preferite, dei Ricchi e Poveri). Solitamente non resto deluso riprovando giochi così arcaici a distanza di decenni, non essendo purtroppo un poppante arido e viziato che si aspetta grafica 3D a milioni di colori pompata dall’ultima versione del pluripremiato Fuffa Engine, l’illuminazione dinamica e il temporal antialiasing pure da un videogioco del 1979, ma in questo caso l’incredibile brevità della disavventura non può che lasciare con l’Amaro Medicinale Giuliani in bocca. Va bene la sintesi furiosa ed estrema, che adoro, va bene non continuare a riproporre livelli molto simili tra loro per allungare il brodo, ma qui veramente finisce tutto nel tempo di una pisciata (a meno che mi sfugga qualcosa, la schermata conclusiva, lungi dall’elogiare il giocatore per i suoi erculei sforzi, lo esorta ripetutamente a fare di meglio… sospetto purtroppo che cambi poco anche strappando il perfect). Inoltre ‘sto gioco mi sa che l’avevo già finito all’epoca, a mani nude, senza trucchi, senza inganni, ma me ne sono dimenticato, boh. Sempre più inarrestabile. ‘Sto Alzheimer.

(Nella versione Atari l’astronauta della fase platform è purtroppo per lui colorato di un poco salutare giallognolo a tinta unita e le pernacchie risultano nel complesso forse un po’ più sobrie e contenute, non so, c’è qualcosa che non mi convince a livello di particolari strambi che eccitavano l’immaginazione).