Ripensando a Fahrenheit, l’approccio fu sconvolgente, di quelle cose che non si dimenticano in fretta. Finalmente ce l’hanno fatta, non si sa come ma hanno stivato un mondo vivo e pulsante, nonché liberamente frequentabile, dentro a un computer. Addirittura l’illusione del libero arbitrio (ma com’è possibile, siamo solo nel 2005, pensavo che sarei morto senza vedere mai nulla di simile, forse i miei nipoti un giorno, qualcuno mi svegli). Sono io, proprio io, in questo bagno, con questo cadavere e queste mattonelle, sono io a essermi cacciato fino al collo in questi casini, mostrati impietosamente da mille inquadrature luccicanti, e a temerne quasi le ingiuste e nefaste conseguenze. Non è la solita, posticcia avventura grafica con i suoi cliché e il suo umorismo di dubbio gusto, prendi questo, imbosca quell’altro, usa scimmia per chiudere cascata, usa falce su ragnatela per rendere disponibile il campanello della porta esci e rientra dallo schermo per farlo suonare e poter così parlare con il fioraio nascosto sotto al tavolo che altrimenti si rifiutava (va’ a capire perché) di interloquire, scendi nelle fogne e alla terza schermata posizionati sul quindicesimo pixel a sinistra (non pare ma è un rubinetto) riempi la lampada e usala sul sensore (centododicesimo pixel a destra, la precisione mi raccomando) per uccidere il mostro mutante e salvare la donna che urla (falle tutte le domande disponibili nel menù sennò non ti fa avanzare).

No, Fahrenheit è diverso, ha una visione più ampia e meno burocratica, si disinteressa apertamente di queste miserie. Fahrenheit è la libbertà, dopo decenni di sbobba mandata giù perché andava di moda e questo passava il convento. Fahrenheit è la (falsa) vita vera, con i (falsi) problemi veri, solo allestiti più cinematograficamente. Uscendo dal bagno, sotto la neve, forse ci sono pure le bollette da pagare, la rata del mutuo che ti insegue imbattibile.

Ovviamente era solo un’illusione. Fahrenheit non è il videogioco definitivo che sognavamo da quando abbiamo visto per la prima volta Space Invaders coi trasferelli da bambini al Lido Aragosta. Fahrenheit è, anzi, forse la più grande delusione di sempre. Man mano che si prosegue, l’esaltante esperienza svanisce e il Simon prende orribilmente il sopravvento. Anche l’approccio maturo era solo un miraggio, la storia vira incredibilmente verso orripilanti scemenze new age, gigantesche puttanate paranormali di Serie Z. Una volta incassato, amaramente, il colpo, una volta registrata l’ennesima, cocente, sconfitta, resta ancora qualche momento di ameno godimento, tipo in biblioteca o nel campo militare (o quello che erano, vado a ricordi), ma sai che alla fine questo Simon… Altra infornata di scemenze, ed è tutto, neanche la voglia di sorbirsi i finali alternativi.