Tre seriosi giovani — Eliwood, Lynn e il rozzo Lord Hector — si ritrovano un giorno imprigionati in una magica cartuccia, errepigisticamente accomunati nel sacro sforzo per accoppare il cattivo più. La leggenda narra inoltre degli uomini e dei dragoni che prima convivevano in pace, poi i casini. Fire Emblem: La spada delle fiamme (che titolo del cazzo) fa parte di una serie che deve aver venduto un’esagerazione di copie in Giappone sullo SNES, senza venir mai tradotta prima di quest’episodio del 2003, il settimo (prequel di Fuin no Tsurugi), nell’evidente timore che il resto del globo si dimostrasse impreparato. I busti dei personaggi, ora, si lasciano andare a discorsi (melo)drammatici anche in inglese sullo scenario retroilluminato, e il tutto impressiona positivamente il passante, grazie allo stile manga dai tratti fieri e solenni, e agli effetti speciali poveri ma di sicuro impatto messi a punto nei laboratori segreti della Intelligent Systems, laddove ogni giorno si suda nel tentativo di perfezionare la formula della droga a turni.

Questi giapponesi sanno narrare, enfatizzando le pause e i silenzi. Utilizzano sapientemente il commento musicale, dosando, a volte interrompendo le gloriose musichette quando i personaggi non sembrano essere dell’umore adatto. E poi rallentano le sequenze animate, giocano con i contrasti, fanno lampeggiare ad arte il cursore creando un’atmosfera misteriosa. Inseriscono quel tocco di profumata poesia primaverile, se occorre. Ma il giuoco com’è? Sul campo di battaglia vengono schierate le nostre pedine e quelle, visibilmente contrariate, nelle mani del nostro avversario, che ha mille e uno motivi per affettarci. Il sentiero è disseminato di personaggi pipponi pronti a uscire dai villaggi turistici, ad abbandonare gli affetti tradizionali per sposare senza riserve la nostra causa, sbandierando ai quattro venti i più incredibili, folkloristici e futili motivi.

Fire Emblem

Questi uomini, donne, cavalieri cresceranno insieme a noi, missione dopo missione, sgranocchiando un po’ alla volta le pedine avversarie o avvalendosi dell’oggetto giusto (al momento giusto, direi). Oppure — assai più probabile — creperanno malamente, inaspettatamente, sotto i colpi vibrati da un avversario sconosciuto che non si accontenta più di ammazzare, ma che si accanisce, che infierisce sul pippone dimenticato, o anche solo lasciato leggermente scoperto, creando un vuoto incolmabile nel videogiocatore, il quale preferirà mille volte ripetere la missione piuttosto che tradire la fiducia in lui (mal)riposta.

Non potete immaginare quanto faccia incazzare vedere il paladino sul quale avevamo sputato sangue perire di colpo, ingiustamente, per mano del primo bulletto immaginario e male armato fuoriuscito dal buco del culo della CPU.

Il nemico dissemina le sue pedine ora sapientemente, sfruttando ogni debolezza, ogni zona ombrosa e male illuminata, ora praticamente a casaccio, facendo affidamento più che altro sull’ammasso ignorante di truppe spiegate, sull’inizialmente scarsa conoscenza umana del territorio e degli eventi, e, come in Advance Wars, perfino sugli aiuti meteorologici. Alcuni incappucciati s’incuneano in modo realmente maligno e imprevedibile tra le pieghe della difesa, mentre i ladri che agiscono nelle sezioni più tetre vanno fermati alla svelta, sempre che si abbia voglia di dare in pasto a Merlinus e al suo carretto scalcinato ancora altra paccottaglia, da smistare con calma tra una fase e l’altra di manifestazioni furibonde (e a volte un po’ sguaiate) di potere. (Ars Ludica)

Prodotto da Nintendo | Sviluppato da Intelligent Systems | Piattaforma Game Boy Advance | Rilasciato nel 2003 in Giappone e nel gennaio 2004 in Europa