Pochi oggi possono riuscire anche solo lontanamente a comprendere cosa abbia rappresentato Superstar Soccer nella vita di un adolescente degli anni Ottanta. Partiamo col dire che i giochi di calcio validi per home computer erano molto ma molto ma molto ma molto rari, quando non praticamente inesistenti, su C64 il regno di International Soccer (o Cup Final, o International Football, o come ve pare) durato in effetti solo pochi anni è sembrato protrarsi per millenni. Orde di ragazzini disperati si sciroppavano ciofeche su ciofeche, nella speranza che un giorno la pietra miliare di Andrew B. Spencer venisse non dico scalzata, ma anche solo timidamente avvicinata. Oggi purtroppo se prendi un commodoriano seminostalgico qualunque puoi star certo che confonderà immancabilmente gli screenshot di International Soccer con quelli del successivo, parecchio successivo, Emlyn Hughes, anche se il C64 l’ha avuto in regalo per la comunione nell’83. Nelle teste è rimasta scolpita solo la rivalità tardiva e poco interessante tra quest’ultimo e Microprose Soccer. Non molti ricordano l’inferno che abbiamo dovuto attraversare, quando ci si drogava organizzando campionati a titoli improponibili e disgustosi quali World Cup Carnival o Five a Side solo perché avevano qualche caratteristica non presente nel Grande Classico, tipo i rigori, o per l’ebbrezza di provare ogni tanto qualcosa di differente, esausti dopo aver asfaltato il nono e ultimo livello per la milionesima volta. Cose come l’assurda ripubblicazione a prezzo pieno di International Soccer a molti anni di distanza a opera della CRL, cambiando credo solo il supporto e il logo nei cartelloni, o le versioni modificate in cazzabubbole, tipo la variante in carrozzina, o con le uova (?) Bonduelle o quello che erano al posto dei giocatori, o il sedicente Mondiale ’86 con il clamoroso inserimento del replay, a opera del prode italiano Roberto Negro, anzi, NEGRO ROBERTO, davano bene l’idea del livello di disperazione raggiunto dalle genti.

Eppure, nonostante tutti questi atroci supplizi, l’impatto di Superstar Soccer (pure dotato dell’endorsement di prestigio dell’oggi vanitoso tuittatore Lineker, nella versione della Gremlin, si parla del fresco capocannoniere del Mondiale, eh, mica di un Pacione qualsiasi) non fu deflagrante, come uno si sarebbe aspettato. Immagino che a ciò abbia decisivamente contribuito il laborioso sistema di caricamento, che lo rendeva davvero godibile solo dai possessori di disk drive (negli USA, ai quali il “soccer” nel titolo allude, praticamente lo standard, mentre da noi il C2N ancora imperava… Sospetto fosse un titolo espressamente concepito per il mercato americano, del resto si basava sulla struttura del precedente gioco della serie dedicato all’hockey sul ghiaccio, e la Mindscape, checché ne dica al momento Wikipedia, credo che in quel periodo non fosse ancora manco lontanamente francese, bensì con sede centrale solidamente posta nei dintorni di Chicago). La versione su cassetta pare esistesse (mai provata), ma l’avvertimento ben in evidenza nella recensione di Zzap!64 – presente anche la classica doppia pagella per valutare entrambi i formati – era sufficientemente terrorizzante: si poteva fare solo la partita secca, niente orpelli, tornei e fase tattico-manageriale, e addirittura “When two teams are picked, the match is played repeatedly until the computer is reset”, tanto per toccare vette di poraccitudine mica male. Le critiche che si leggono su siti come Lemon sono assolutamente ingenerose e non tengono presente il contesto drammatico ed emergenziale, appena descritto, nel quale Superstar Soccer uscì: cose come “ci sono pochi giocatori per parte, quindi fa schifo” sono ridicole, anche considerando che in buona parte degli altri titoli del genere eiettati sul mercato in precedenza non è che le due squadre schierassero gli undici elementi regolamentari per parte. Addirittura si ciancia di lentezza, quando rispetto a un Match Day II (per Rignall decisamente il titolo, tra i due, da scegliere quel mese) i giocatori erano delle schegge: anzi, diciamola tutta, la reazione del compagno di scuola medio di fronte al titolo Ocean era di ilarità mista a stupore nel veder materializzarsi sul Grundig di casa la Supermoviola di Biscardi, e ovviamente il C64 veniva spento senza pietà subito dopo, arduo convincere qualcuno delle qualità che pure quel rivale possedeva.

Dite quello che volete ma la realtà è che con Superstar Soccer le sofferenze potevano dirsi, se non terminate, almeno di molto alleviate: prendere i giocatori inizialmente paralitici del Crewe, del Rochdale o dello Scunthorpe (squadre imparate a conoscere e a odiare già in Football Manager) e portarli al successo era esaltante, e poco importa quanto realmente incidessero le tattiche, sospetto non molto, e gli altri ammennicoli nel contesto non proprio realistico del gioco. Calci d’angolo bislaccamente concessi se il portiere si affezionava troppo alla palla, attaccanti che a porta totalmente spalancata effettuavano il logico e inevitabile retropassaggio di sessanta metri al compagno sicuramente meglio appostato, tipo il 50% dei goal siglati tramite portentose rovesciate. Questi solo alcuni dei particolari che rendevano oggettivamente Superstar Soccer un’affascinante opera di fantasia, un po’ come Holly e Benji, più che una simulazione calcistica. Ma questo era nulla di fronte alla spettacolarità delle conclusioni potentissime dalla distanza che si insaccavano accompagnate dai radi ma efficaci boati nelle reti “di tipo spagnolo” – mi sfugge ora la definizione esatta di quel genere di porte con i sostegni curvi, scusate –; ai poderosi stacchi di testa con ampio spettinamento (altro buon 35/40% dei goal); ai portieri che non erano più pali della luce o sacchi di patate svenevoli ma addirittura, tra una papera invereconda e l’altra, qualche pallone che orbitava intorno a loro lo bloccavano pure, sia pure con fatica e lombalgia; al furioso e adrenalinico roteare del Telstar nei commodoriani cieli; alle classifiche e al calciomercato.

Credo che Superstar Soccer sia uno dei videogame con i quali abbia passato più tempo in vita mia: mettiamo un due, trecento ore di gioco effettivo e un milledue, milletrecento nell’attesa che si completassero salvataggi e caricamenti senza fine vari.

Si ringrazia MobyGames per la gentile concessione degli screenshot.