Get Star/Guardian è un arcade a scorrimento tendente al picchiaduro molto diretto e senza fronzoli, fatico perfino a trovarne un video in giro, quindi è probabile che paghi il suo essere orgogliosamente grezzo e di modeste pretese. La sua nascita la immagino così: “Ehi, facciamo un gioco di fantascienza giapponese di Serie B, il protagonista attraversa varie ere o ambientazioni, ci mettiamo dentro esoscheletri, mostri buffi con tanti occhi e tutte le altre cose un po’ imbarazzanti che ci piacciono, sarà un successo, vedrete”. I livelli sono incredibilmente brevi, per compensare questo aspetto si è cercato di renderli frustranti, con nemici che non si fanno problemi a spararci anche slealmente, da distanza ravvicinata, ma in realtà, come in molti titoli nei quali è possibile rallentare lo scrolling obbligatorio per rendere l’azione meno furiosa, il segreto sta appunto nell’attendismo sornione. Fermiamo un po’ tutto e intanto schiviamo i dolorosi omaggi che gli sgorbi più indecifrabili scagliano poco civilmente al nostro indirizzo, poi si vede. I power-up (pistola laser, invulnerabilità temporanea, pugno rinforzato) e il tatticismo mordi e fuggi sono certamente utili, ma anche l’andare lì e prendere ignorantemente a calcioni nella panza il mostro di turno non è talvolta una soluzione da snobbare. In realtà il dosaggio della difficoltà è piuttosto curioso, dato che l’irusto guardiano del secondo livello talvolta è più complicato da tirare giù rispetto a quello del terzo, per non parlare del penultimo, nel quale, capolavoro del game design, basta colpire una volta un punto specifico.

La piacevole e rassicurante trascuratezza coinvolge anche il sonoro: musichetta d’accompagnamento ossessivamente ripetitiva e martellante, jingle del game over brutale e inoppugnabile come nella migliore tradizione dei coin-op d’annata. Fa sorridere l’ingenuità posta nella realizzazione grafica, con spartani dinosauri dall’espressione sconsolata surgelati sullo sfondo o foreste rappresentate alla bell’e meglio con elementi verticali grigi innestati in un’indistinta realtà verde scura. Colpisce la povertà dell’offerta generale messa a paragone con uno dei successi (almeno nel bar dei cassaintegrati dove andavo, ma se è stato convertito, e questo no, magari un motivo ci sarà) di quello stesso anno, Xain’d Sleena: l’impostazione dei due titoli è grossomodo simile, c’è in entrambi la mappa dei livelli o pianeti, ma lì sono selezionabili, aspetto che in un arcade dava una sensazione di grande sfarzo e modernità, per non parlare delle quasi avveniristiche fasi shoot’em up intermedie, in realtà non poi così eccitanti da giocare ma fonte di prestigio, e dello sbalorditivo dettaglio grafico del titolo Technos Japan. L’ultimo livello, la base nemica, è finalmente quasi degno per cura dei particolari e impegno, profuso dagli sviluppatori e richiesto ai giocatori, di un buon arcade della seconda metà degli anni Ottanta, delizioso vedere i piloti dei robottoni darsi alla fuga dopo la distruzione dei loro mezzi, ma ormai è troppo tardi perché Get Star possa obiettivamente essere salvato dal suo mesto destino (e mi duole, dato quanto ci sono affezionato: all’epoca lo finivo con duecento lire, nel senso di superare la base nemica almeno una volta, dopodiché si ricomincia, ma dal secondo livello, quello tutto ghiacciato, quindi boh, chissà se ha una conclusione, bisognerebbe interpellare Maurizio Miccoli in arte IUR, se non è troppo preso da Jelly Splash su Facebook).