Bushbuck non ha nulla a che vedere con l’attuale presidente americano, Bushbuck (mi dicono dalla regia) è un’antilope di dimensioni medie piuttosto caruccia e, oserei dire, dotata di un fidanzato non particolarmente fedele. Bushbuck (il videogioco rilasciato nel 1991 per PC e Amiga), appare subito evidente, è figlio di un’epoca diversa e di gran lunga più romantica nella quale la genuinità, l’artigianalità e lo sghiribizzo creativo ancora in qualche modo trovavano spazio, oscurando talvolta i grossi budget e le dichiarazioni tavernellate e truffaldine dei tanti, troppi analisti a piede libero in circolazione.

Bushbuck

Oggi probabilmente sarebbe inimmaginabile vedere una pur leggendaria Activision (o come stracazzo si chiama ora) distribuire un titolo del genere, in grado di causare l’istantaneo decesso per orticaria cronica di tonnellate di hardcore lamer a causa di un tasso di semplicità avvertito oramai come del tutto inaccettabile; e dal quale i fanciulli cresciuti a gang bang e pleisteiscio fuggirebbero col terrore stampato indelebilmente sulle papille (azione nulla, troppe descrizioni erudite), manco fossero inseguiti per vicoli bui da orde di Rocco Siffredi bionici dai malsani intenti sodomitici.

Il giuoco della Reckon, benché dotato di solide origini australiane, ha un retrogusto vagamente transalpino dovuto, chissà, alla “joint-venture” con la Microïds e alle musiche di Claude Abromont (le produzioni francesi anni 80 e inizio anni 90 si sono sempre distinte per eccentricità: americani o giappi non avrebbero potuto sfornare titoli stilosi, sensibili e arguti quali The Inheritance o Les Passagers du vent). Ricorda inoltre la famosa serie che ha visto sugli scudi quell’insaziabile ninfomane che risponde al nome di Carmen Sandiego. Questi sviluppatori forse privi di bidet ma in compenso con tanti (troppi?) sani ideali ancora s’illudevano ingenuamente di cambiare il mondo… anche con un videogioco. O perlomeno provavano a utilizzare il “novello” medium per istruire con sobrietà e convinzione i giocatori di tutta la galassia, e in modo particolare i loro pargoli (che invece, probabilmente, avrebbero solamente voluto in regalo un normalissimo Megagiaiv per umiliare il vicino di casa ad Altered Beast, o a qualche altro rude picchiaduro particolarmente ignorante, di quelli che andavano per la maggiore all’epoca).

Ok, la produzione di edutainment e di trivia games purtroppo non è mai cessata, troppi sono gli orrori che negli anni hanno intasato indebitamente gli scaffali, tanto bramati, di Wal-Mart. Ma, non so, è venuta a mancare la tenerezza, la schietta vivacità, quel raggio di poesia mattutina insita in particolari come l’improbabile aeroplanino che — sballonzolando alla stregua dei davanzali ipersviluppati di una podista ormai senza reggiseno protesa verso il traguardo — ci porta a spasso seraficamente; per poi tornarsene indietro con la coda tra le gambe nel caso di brutti incontri con fulmini e saette assortite. In Bushbuck c’è umanità. In Bushbuck c’è soprattutto una mappa, una mappa grande grande che raffigura tutto il mondo. Ci sono delle icone (poche) e ci sono pure tanti bei puntini colorati, messi lì a rappresentare le varie località turistiche e, per una sorta di “par condicio”, quasi tutte le più disparate culture del cazzo. E l’ignaro videogiocatore deve rimbalzare da uno spigolo all’altro del pianeta, cercando disperatamente oggetti, o quantomeno indizi, risolvendo bucolici indovinelli, nel tentativo di precedere fratelli, sorelle, nonne, zii e cugini in una competizione che si fa via via sempre più insana e irrespirabile (buttate via coltelli da cucina, motoseghe e ferri da calza prima di iniziare a giocare, mi raccomando).