Di Incubation (mai giocato finora agli altri titoli della serie, purtroppo, mi dicono che quelli precedenti non sono in realtà effettivamente collegati) ciò che rammento più nitidamente a distanza di moltissimo tempo non è tanto la sua voglia di comunicare sensazioni opprimenti, o il suo immaginario paraorrorifico, bensì la rilassante comodità dell’interfaccia, una volta appresa. Un’altra occasione per riflettere su come e quanto spesso un’opera d’ingegno, una creazione espressiva sfugga al controllo dei suoi autori e cominci a vivere indisturbatamente di vita propria, diventando interessante, quasi indispensabile, per altri motivi rispetto a quelli previsti, incentivati e sperati dai suoi autori. Non so voi, ma io con l’interfaccia di Incubation (ché poi magari riavendoci a che fare oggi è capace, anzi, probabilissimo che cambierei pure idea) avrei voluto anche uscirci, andarci all’ipermercato, farci proprio le cose della vita reale. Quella in 3D ancora più vero e aumentato e rappresentato con molti, ma molti più poligoni di quelli concessi dall’engine mutuato dal subito dimenticato arcade elicotteristico caciarone Extreme Assault della stessa Blue Byte di Düsseldorf. Finire Incubation – anche se era possibile riprovarlo al livello di difficoltà più elevato nel quale da tattico con componenti RPG si trasformava in uno spietato puzzle game che concedeva ben pochi errori – voleva dire soprattutto staccarsi per sempre da questa rassicurante mammella, fuoriuscire da questo mondo solo scenograficamente malsano fatto di scelte razionali alle quali corrispondeva la tranquilla, quasi ipnotica conferma di precisi, solidi e invariabili effetti sonori. Certo, volendo c’è un’oscura espansione da rintracciare, addirittura un editor di livelli, è ancora incredibilmente online codesta roba fatta dai fan. L’OST di Haiko Ruttmann, cupa e misteriosa, a tratti pomposamente avventurosa e militareggiante, condita di intermezzo rap sui generis e momento metallaro sul finale, sembra quasi figlia illegittima di Jerry Goldsmith e maestri consimili. Nonostante abbia amato Incubation alla follia (scopro ora che ha anche un sottotitolo alternativo, Time is Running Out, forse gliel’hanno appiccicato nella raccolta Battle Isle Platinum? boh) sono abbastanza d’accordo con il punto di vista espresso da Gamespot, per il quale le innovazioni sono perlopiù cosmetiche, altrimenti è un grosso grasso Laser Squad con una decina d’anni di evoluzione e lifting in più sul groppone e ciò che ne consegue, e con gli alieni fetenti dal sangue verdastro copiosamente schizzato ovunque intenti a uscire dalle fottute piattaforme.

Foto di Retro Nerd.