Nel chiacchierato e centralissimo bar del mio grasso grosso paesello meridionale riuscire a mettere le mani su Dai Ressya Goutou (Iron Horse, per gli amici) era un’impresa. Orde di cassaintegrati cinquantenni barbutissimi, falsi invalidi dalle panze prominenti e dalla vista aguzza, fancazzisti da esportazione, sedicenti giocatori di biliardo, evasori fiscali e casi umani di ogni genere presidiavano in pianta stabile il cassone, inondandolo disperatamente con cicche di sigarette e piogge di gettoni d’oro da duecento lire. Nonostante questo, e sebbene si trattasse tutto sommato di una variante del solito arcade un po’ truzzo della Konami a scorrimento orizzontale – tipo Green Beret e Jail Break (dai quali prendeva in prestito la struttura generale, il design dei personaggi e una fluidità delle animazioni non proprio da Oscar) – si tratta di uno dei coin-op da me storicamente più bramati.

Iron Horse Konami

Sarà stata l’insolita ambientazione su un treno western diroccato che lasciava intravedere chissà quali portentosi sviluppi (ma invece). O la possibilità di scorrazzare sul tetto unita alla presenza dell’inusuale tasto per abbassarsi, che tanta confusione e ansia mista a signoraggio e a smarrimento esistenziale sembrava generare nei passanti. O la facoltà di scegliere all’inizio se affrontare l’avventura armati di pistola, di frusta (scarsamente remunerata sul piano del punteggio, una sòla pazzesca in pratica) o addirittura dei nudi pugni, più indigesti agli avversari di quelli del Tyson dei bei tempi. Sarà che avevo amato Express Raider della Data East alla follia e quindi davo per scontato che a un certo punto l’enigmatico pistolero dal volto spigoloso e dai tratti somatici un po’ dechirichiani avrebbe proseguito le sue scorribande a bordo del primo ronzino disponibile. Per non parlare dell’epica fischiettabilità delle musichine che facevano tanto film di Sergio Leone dei poveri (del ceto medio facciamo, va’). Fatto sta che quel gioco, non particolarmente blasonato o appariscente, aveva del tutto catturato la mia fervida e brufolosa immaginazione.

Iron Horse Konami

Se ripenso all’ingente quantità di simpatici sprite paffuti e affetti da alopecia incurabile che ho mandato all’inferno e abbrustolito tramite la semplice pressione del terzo tasto (quello adibito alle smart bomb, che in alcuni casi erano delle fiamme gentilmente offerte da un nanerottolo che vagabondava per i vagoni). Il momento più intenso e rappresentativo arrivava naturalmente a fine strage. Nessun mostro orripilante e poco attento alla propria igiene intima (tranne quello dell’ultimo livello, vabbè). Il ritmo della musica diventava più serrato, come per avvertire che fino ad allora in realtà era stato solo blando cazzeggio. L’eroe dagli stivaloni aguzzi che non dovevano chiedere mai si accovacciava dietro delle barricate occasionali dimenticate lì dai programmatori e cominciava a sparacchiare in tutte le direzioni, sperando che gli imbarazzanti rallentamenti dovuti all’ingente quantità di oggetti sullo schermo gli permettessero di schivare i proiettili vaganti e le palle di cannone esplose da qualche scarsicrinito anonimo in lontananza.

Enorme fu l’amarezza, mista a stupore, nell’apprendere che i livelli da superare erano solo cinque (ma il gioco poi cominciava daccapo e il finto invalido più dotato di tempo libero era in grado di andare avanti per settimane). L’idea del cacciatore di taglie solitario verrà fiaccamente ripresa dalla Konami cinque anni dopo con Sunset Riders, una sorta di Rolling Thunder/Shinobi meno carismatico in salsa western, insopportabilmente infarcito di stupidi urletti digitalizzati.