Qui il discorso è in parte simile a quello dell’appena maltrattato Star Soldier. Il “recupero” da parte mia si deve non proprio a un’ossessione insensata legata agli strani modi di operare del cervello umano. Ma più al richiamo della foresta videoludica (?) che ti spinge proprio ineluttabilmente verso quel budget dimenticatissimo con lo spunto interessante di partenza e pure un discreto pedigree – i Magnetic Fields quando ancora si facevano chiamare Mr Chip Software. «Mo me lo segno», ti eri bastiancontrariamente detto più di trent’anni fa, ma poi non avevi più controllato se la sentenza emanata dalla realtà fosse stata quella esatta.

Su Crash viene menzionato più volte Asteroids, titolo definito con ostentato disprezzo ormai «antico», un opinionista sente il bisogno di dirci che rimpiange apertamente perfino di averci buttato qualche monetina. Torniamo al discorso che faccio sempre: una volta il retrogaming, tutto ciò che sapeva vagamente di vecchio – anche se per vecchio magari si intendeva quello che girava due anni prima, o anche solo cinque minuti prima, sullo stesso limitatissimo e già spremuto catorcio – era, per una sorta di “modernismo” di maniera, perfino parecchio più discriminato e meno rispettato di ora dalla massa dei fanatici. Certe riflessioni sulla sostanza del nuovo medium non erano ancora state osate, si era ancora troppo forsennatamente presi dall’ansia di vedere il futuro spuntare dal monte insieme alla bertoliana Luna per poter concedersi qualche istante, per fermarsi e dire, sia pure magari solo per spinta nostalgica: «Però, sai che c’è, ‘sto passato forse non era poi tutto da scagliare in blocco con piglio atletico nel cassonetto come stavamo facendo».

Lazer Wheel non ha in realtà poi tanto a che vedere con Asteroids: la mancanza di classe, di profondità, di movimento, di dinamiche giocabili e incendiarie, destinate inesorabilmente a diventare oggetto di studio maniacale da parte dei nerd più osceni e saccenti, lo condannano. Probabilmente è uno dei pochissimi casi nei quali un remake, o comunque un titolo moderno fondato su questo non disprezzabile concept, ma ampliato e lucidato, complessivamente più fuoco, meriterebbe di esistere. A meno che qualche furbacchione della scena indie non sia già passato a rubare ricevendo i complimenti dell’ignara critica per l’originalità. L’essere incastonati lì al centro (aspetto che rende incredibilmente e “psicologicamente” antichissimo questo titolo, quasi non ci si capacita di come fosse stato possibile immettere sul mercato nel 1987 – sia pure in fascia budget, ma stranamente quella meno economica – un prodotto con una simile impostazione di base antidiluviana nella quale non erano imprigionati nemmeno videogame che avevano caratterizzato il decennio precedente) lo rende forse più simile a esperienze ancora più preistoriche rispetto al classicone Atari. Tipo i giochi elettromeccanici, o il tiro al bersaglio del Luna Park. Ma qui non si vince nessun bel pupazzetto peloso, non c’è vera soddisfazione nell’assecondare le cervellotiche esigenze, richieste e urgenze che paiono provenire dai vari indicatori colorati e quadranti impazziti.

La versione per C64 è scandalosamente poco rifinita – del resto parliamo di un gioco presentato al mondo con almeno tre titoli impercettibilmente diversi, per dire la sciatteria – al punto che spariamo poco convintamente in pratica contro dei cosi assomiglianti a rettangolini monocromatici, e un motivetto spaziale interessante viene lasciato risuonare all’inizio sulla più spartana delle schermate. Come se il loading screen semplice ma d’effetto, credo a opera di Andrew Morris, avesse già assorbito tutti i possibili sforzi impiegabili per un titolo destinato alla classe economica. L’impatto con la versione Spectrum è straniante. Lo Zilog Z80A fa ronzare tutto vorticosamente a mille, ma poi ci si abitua. Gli scandalosi similrettangolini sono sostituiti da sgorbi un po’ più presentabili, ma siamo lì.