Stupore. Questo è il primo termine che mi viene in mente quando penso a Exciting Hour (nome col quale feci la conoscenza del cabinato ai tempi, era la versione destinata al Giappone e credo non importabile dalle nostre parti, ma nel Profondo Sud penso non si facessero molti problemi riguardo agli aspetti legali)(e poi in quella ci sono i lottatori con i nomi storpiati, tipo Insane Worrier invece di Insane Warrior, vuoi mettere). Altri potranno trattare in modo diverso e meno emotivo questo videogame, ma secondo me non è sciorinando i meri dati oggettivi che si possa capire. Vedendolo oggi uno, giustamente, potrebbe dire: Embè? È superato. La stessa Technōs Japan fece di meglio con WWF Superstars nell’89, senza arrivare a produzioni più recenti. Ci sono solo cinque sfidanti, una volta vinto il titolo continua a rimetterti davanti gli stessi selezionandoli casualmente, le tecniche di combattimento non sono poi così raffinate, non ci vuole molto a capire che prima bisogna stancare l’avversario a suon di pugni e facendolo rimbalzare sulle corde per poi stenderlo con un calcio volante assestato col giusto tempismo, o col mortifero shoulder tackle. Basta familiarizzare con le idiosincrasie e le “regole interne” del gioco capendo in quali momenti considera inopportuna l’esecuzione di supermosse quali pile driver e suplex. Eccetera eccetera.

Ma, appunto, questo non renderebbe l’idea di cosa rappresentasse Exciting Hour nelle sale giochi all’epoca, e perché sia ancora circondato da smisurato affetto. Ai miei occhi fa parte di quel numero limitatissimo di titoli in grado, per una ragione o per un’altra (concept fuori dagli schemi o in grado di far particolarmente presa sull’immaginario, vistoso balzo in avanti tecnico o tecnologico, livello di pucciosità over 9000, presentazione o altri aspetti solo in apparenza minori e trascurabili, hardware dedicato, colori ultravivaci) di avere un impatto indimenticabile, di segnarti videoludicamente per tutta la vita. Space Invaders, Pole Position, Dig Dug, Advanced Dungeons & Dragons, International Soccer, Kung-Fu Master, Knight Lore, i classici dal taglio cinematografico di Paul Norman su home computer, i Games della Epyx, Out Run, Space Harrier, The Detective Game, Wizkid, il primo Monkey Island, Alone in the Dark, il primo Tomb Raider (ebbene sì), Eternal Darkness, Oni, Forbidden Siren, e altri che sicuramente dimentico. Mat Mania giganteggia nel mio Olimpo personale con giochi come questi (non è una lista di preferiti, tra i quali rientrano anche un sacco di titoli inizialmente meno stravolgenti – assai derivativi o, al contrario, anche molto più innovativi e storicamente importanti di quelli citati – ma ciononostante in grado di dare dipendenza come l’eroina).

Exciting Hour aveva un’introduzione di stampo televisivo mai vista prima (o almeno io era la prima volta che vedevo una cosa del genere, e come me penso tanti altri), col presentatore Cory/Nari decisamente partecipe delle nostre vicende, al punto quasi da chiedersi “ma questo che cazzo vuole? ma perché si agita tanto?”. Il pantheon degli sfidanti oggi può sembrare limitato e far sorridere, ma, considerando quanto erano ben caratterizzati (chi poteva immaginare che quel pazzo scatenato di Coco Savage fosse ispirato all’almeno altrettanto carismatico – lo scopriamo oggi su YouTube – Bobo Brazil?), costituiva qualcosa di semisconvolgente. Va tenuto presente che l’ondata importante di popolarità del wrestling, con tutto il suo allegro carrozzone e i suoi irresistibili eccessi paracircensi, in Italia credo dovesse ancora giungere, almeno io non ne sapevo quasi niente, e ogni volta che arrivavo a un nemico nuovo restavo lì stupefatto (“The Pirania? Ma come The Pirania? La maschera perfidamente sogghignante… Oooooh! E questo che ti piglia e ti dà gli schiaffazzi a due mani? Arioooooh! Ehi, tu, brutto ceffo, mollami, mi stai strangolAAAAAGH!”). Certo, nell’ambito dei beat’em up, in senso ampio, il suddetto, variegato pantheon non era una novità assoluta (mi risulta che Exciting Hour sia stato pubblicato a ottobre dell’85, mentre Yie-Ar Kung Fu, altro titolo che può tranquillamente farsi strada a cannonate verso la lista precedente, risale al gennaio dello stesso anno). Aricerto, la stessa Technōs aveva sviluppato due anni prima Tag Team Wrestling. Che però, pur con tutta la sua carica di simpatia naïf, era un’altra cosa. Tag Team Wrestling, nonostante pubblico, arbitro e lottatori tutti impegnatissimi a fare una caciara che manco al mercato del pesce di Tokyo, era materia, sostanzialmente, morta. Exciting Hour (nonostante marquee e flyer vari stilisticamente legati al vecchiume del precedente titolo) appariva invece vivo, tutto fumettoso, e offriva una sfida palpitante. Ma poi gli effetti sonori, indispensabili, perfetti, da cartone animato. L’indimenticabile “Three!” – stridulo come un acuto di Al Bano azzannato alle gonadi da un pitbull a digiuno da settimane – dell’arbitro, essere malfatto e un po’ sghembo intrappolato nella sua giacchetta a righine bianche e nere. Gli spettatori perennemente abbacinati col cavo orale ben in evidenza, con Darth Vader, gli ZZ Top, John Travolta e badilate di altri “VIP” demenzialmente mimetizzati sugli spalti. Ma di che cosa stiamo parlando? Qui si esce dalla dimensione pura e semplice del gioco per entrare in quella, abbagliante, della leggenda.

L’amore nutrito dai fan nei confronti del titolo per qualche motivo non sfociò nella solita pletora di conversioni per console e home computer, solo un Mat Mania Challenge per Atari 7800, ibrido tra il primo gioco e l’upgrade dell’anno dopo, oltre a un porting mai terminato per XEGS. Nonostante gli sforzi della BlueSky Software per metter su qualcosa di presentabile, sebbene si trattasse di una versione fuori tempo massimo per una console alla fine del suo ciclo vitale, si parla di 1990 o giù di lì, Mat Mania Challenge non ce la fa. La grafica e le mosse, certosinamente descritte sul manuale, ci sono, la musichetta del primo arcade purtroppo pure (purtroppo vista la resa stile organetto Bontempi sbronzo). Ma la mancanza di tutte le star del ring che abbiamo imparato ad amare e a bestemmiare – in pratica Tommy, o chi per lui, si picchia filosoficamente tutto il tempo con un se stesso munito di pantaloncini dal colore diverso – dovuta ai limiti di memoria della macchina rende tristissima in partenza l’operazione. Anche il gameplay è afflitto da una certa penosità. I tentativi di pianificare diabolici attacchi fatti di mosse in successione sono destinati al probabile fallimento, siamo ancora al beat’em up inteso come pigiare forsennato da attrazione del Luna Park.

Su Mania Challenge c’è poco da dire, non avendo al momento nessuno con cui giocarci, più che un upgrade all’inizio pare un mezzo passo indietro, dato che hanno fatto fuori Nari (forse perché la gente era diventata troppo brava a giocarci e così si tagliava qualche “tempo morto” per il sollievo degli esasperati baristi e dei gestori delle sale giochi? l’ipotesi mi sembrerebbe confermata da un certo aumento della difficoltà, proporzionalmente al livello scelto nelle opzioni, che mi pare di notare). Ogni volta che si abbatte un avversario è necessario, fatto abbastanza inconsueto, pigiare il pulsante Start del primo giocatore per proseguire la partita single-player. La bellissima e struggente musichetta originale viene riciclata in versione remixata con un arrangiamento più professionale per la tabella dei migliori punteggi, mentre a spadroneggiare durante il gioco è una nuova, godibile composizione, in stile pezzo popfunkeggiante di qualche band fusion giapponese. Da notare che il comparto sonoro del titolo originale era basato sugli AY-8910, chip progettati alla fine degli anni ’70, con tutti i limiti che ne conseguono, rimpiazzati in Mania Challenge dal più moderno e performante YM3526. Dal punto di vista del gameplay sono riscontrabili leggeri cambiamenti, qualche mossa in più, la possibilità di replicare in qualche modo a un headlock particolarmente sgradito e inurbano.