Questo illusorio titolo nasce col malcelato intento di entrare nel Guinness dei primati nella categoria «avventure punta e clicca più fuori di capoccia di sempre». Sarà riuscito il prode Rainer Appel, che ne è il sostanziale creatore, il cantore oserei dire, nel suo intento? Scopriamolo insieme (probabilmente sì, nonostante l’agguerrita concorrenza). Il fatto stesso che Muscarine sia un gioco incompiuto (almeno a quanto diceva lo stesso autore nel 2017, quando su Reddit si mise alla ricerca di manovali per realizzarne la seconda parte, venendo poco cacato) è indicativo. L’incompiutezza dà come quel tocco di magia finale che non vi dico: pensate al grido di dolore proveniente dalle “locazioni” mancanti rimpiazzate da continue e un pelo ricattatorie scritte «aiutatemi, o non riuscirò a completare lo sviluppo del gioco» (non le ho viste, ma Predseda su Lemon Amiga giura fossero presenti in qualche antica release che ha giocato). Come sapete, l’Amiga non stava proprio in formissima quando questa perla del surrealismo videoludico mondiale cominciò a venire distribuita gratuitamente (lo è ancora oggi, guglate). Una rivista polacca, Amiga Computer Studio, le concesse uno spazio sorprendentemente generoso, del resto riempire le pubblicazioni specializzate ai tempi spesso non era così semplice.

Una schermata subito ci accoglie per mettere le cose in chiaro: se siamo fascisti, sessisti, razzisti, ecc. a Erica’s Trip non ci possiamo giocare, la Appelpolizia entra in azione nelle nostre case, s’insinua nei nostri computer e ce lo impedisce. Niente funghi inevitabilmente psichedelici coi quali banchettare, niente accesso ai posti variopinti frutto di una fervida (e probabilmente impropriamente aiutata in qualche modo) fantasia. L’universo (a un certo punto c’è la schermata di selezione dei pianeti) concepito dall’autore comincia a palesarsi agli eletti sotto forma di disegnini infantili riempiti con colori saturi. Creazioni suggestive sì, ma forse non quanto sarebbe stato lecito sperare. Non ho idea di quali siano i limiti del GRAAL, l’engine per questo genere di giochi messo a punto da Per Thulin (ma se Muscarine viene considerato il prodotto di spicco finora realizzato tramite il suo ausilio qualcosa mi dice che). Mi pare evidente però che – restando sempre nell’ambito di quello stile, da me peraltro assai frequentato e stimato – qualche animazione e rifinitura in più la si potesse infilare tranquillamente, senza infliggere sofferenze troppo atroci ai chip dei modelli di Amiga più umili e sguarniti. Chiaramente si parla solo di un’avventura gratuita realizzata a metà (l’autore, sempre in quel famoso post, dice che da un giochino per cellulare appena realizzato si aspettava di ottenere le risorse per poter dedicarsi al completamento di questa sua ben più artistica creazione). Certo, ma visto l’impegno profuso (se fai una cosa buttata lì e irrilevante non ti proponi di completarla a quasi vent’anni di distanza) io Muscarine voglio prenderlo abbastanza sul serio. A non deludere invece è il sonoro, in pratica ciò che rende a mio avviso il titolo meritevole di essere sperimentato. È semplicemente uno dei migliori mai provati in un qualsiasi videogioco, tant’è che gli ho concesso l’onore delle cuffie in modo da permettergli di torturarmi con più precisione le orecchie nei momenti più pulsantemente cacofonici e funkerecci. La classica melodia introduttiva (Mozart, sonata per pianoforte n. 16 in Do maggiore KV 545) pian piano si deforma in qualcosa di molto meno definito e rassicurante, finendo per sfociare in un incontrollato delirio “ambient” – nell’accezione più vasta possibile del termine – capace come un virus di mutare e di adattarsi ai vari, assurdi personaggioni e luoghi che visitiamo.

La parte audio purtroppo è un picco di eccellenza che serve a mascherare la sostanziale mediocrità di fondo di Muscarine come gioco e come storia. È un titolo che vive come sospeso tra la sua ambizione (per quanto dichiaratamente ingenua) di volere stravolgere tutta la diffusa convenzionalità che contraddistingue, popola e affligge il medium videogioco, e l’effettiva impossibilità di farlo davvero, e non solo per carenze di budget. Restando ancorato al classico paravento dell’umorismo demenziale (un po’ fine a se stesso dato che non porta a chissà quali sviluppi interessanti, a parte una manciata di situazioni stravaganti, che è il minimo sindacale che uno possa attendersi da un titolo del genere). E al tipico trascinarsi per le schermate a disposizione – qui meno sfiancante del solito ma solo perché di posti ce ne vengono saggiamente messi a disposizione pochi – raccattando ciarpame di ogni foggia, presupponendo che probabilmente verrà utilizzato («qua ci sono una cassettiera rococò e due chili e mezzo di pinguino, che faccio, signora, lascio? ma no, siamo in un’avventura punta e clicca, intanto si prende, ovviamente, cari miei, si prende, figuriamoci se tra un paio di ambientazioni ‘ste robe non andranno usate in qualche pseudoingegnoso, trascurabile modo»). Per fare un esempio di quanto detto prima, nell’albergo, in due stanze vicine, incontriamo, fermi lì a mo di statue, Hitler e Gates, il che in pratica suona come una reductio ad nazium di quest’ultimo. La complessità del reale, la conflittualità latente vengono risolte semplicemente rimuovendoli tramite l’apposito comando e sostituendo il secondo con una poltiglia di sangue. Non che mi interessi difendere Hitler (e tantomeno Gates, effettivamente hanno entrambi le loro colpe) ma questi “incontri” non costituiscono chissà quale irresistibile spunto umoristico, non sono utili alla costruzione di una storia delirante ma strutturata. Sono solo un «bisogna riempire il gioco, ideona, mettiamo un paio di personaggi buffi a caso anche se non sappiamo bene che fargli fare e dire», con il classico sfogo da “nerd alpha” (W l’Amiga, M Micro$oft) come retrogusto. La prima e forse ultima parte dell’avventura si conclude con un’invettiva contro il sistema capitalistico, che a detta di Appel lo costringe a lavorare per vivere (certo, perché invece sotto il comunismo Stachanov era famoso in quanto passava le giornate a grattarsi il pacco)(ah, no, aspe’, lasciatemi indovinare: la stampante).