Lo ricordo come la quintessenza della mediocrità dei budget games Mastertronic da 1,99 del periodo finale e di quella, in generale, dei giochi di corsa per C64 (purtroppo il processore era lento e soffriva), anche se qualcuno ogni tanto riusciva a sfornare qualche capolavoro di giocabilità, sempre giocabilità molto lenta però, tipo Buggy Boy o Grand Prix Circuit, o l’affascinante ma ostico Revs, si vedeva che non era il suo campo, povero biscottone, e lo faceva controvoglia. Il cielo scuro e la fitta e infinita successione di alberi alti ai lati creavano comunque una suggestiva atmosfera alla circuito di Hockenheim, quello di GP2 almeno, ed era il motivo che probabilmente mi spingeva ad andare avanti, oltre a quello venale di poter apporre una tacca in più sull’apposito quadernino a quadretti alla voce “giochi finiti”, visto che l’impresa sembrava alla portata (è un gioco da 5.000 lire e vi mettiamo pure la mappa del circuito, che sciccheria, ringraziate). Grazie ai potenti mezzi attuali basta un click per scoprire, con poco stupore, che il programmatore Kevin T. Green era lo stesso del coevo e un po’ migliore ma non di troppo International Speedway, pure quello portato a termine, più o meno per gli stessi motivi, l’inerzia adolescenziale che spinge a incaponirsi su scelte dannose e incomprensibili. Le auto di Night Racer erano vistosamente sbagliate, assurdamente piatte, come se fossero state schiacciate da un’enorme cassaforte, probabilmente la stessa precipitata sulla zucca dell’omino di Superhero della Codemasters, sempre 1988. Quando venivano a contatto, gli sportelli tendevano a incastrarsi, stridevano in modo insopportabile, tutto era molto goffo e innaturale, ma c’era la notte sempre incombente sui piloti a giustificare gli orrori, le mancanze. Il musicista era sempre David Dunn (ma quanti giochi di corse storpiano il tema di The Chain dei Fleetwood Mac?), la sua traccia, sia pur rozza, frettolosa, chiassosa, imbarazzante, inadatta, riusciva in qualche modo faticosamente a portare avanti la narrazione di queste gare senza un perché che si svolgevano nell’oscurità, con pochi mezzi, e ne restava uno solo, che manco veniva premiato. Un tempo la grafica di giochi come questo veniva disinvoltamente chiamata “3D” dalle riviste, vero 3D quasi autentico, garantisce Gordon Houghton su Zzap!64 magnandosi le mani, cosa che oggi verrebbe ritenuta inaccettabile e sbagliata dai supponenti programmatori laureati che hanno iniziato a videogiocare co’ Quake III.